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LA PROCESSIONE
Gaetano Dimatteo
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ELIO PECORA: PER UNA MOSTRA DI GAETANO DIMATTEO

 

Una processione in Lucania. L’uscita del santo per le strade. Il suo passaggio davanti alle porte, sotto le finestre, dentro le piazze: perché tutto sia allontanato dalla sciagura, benedetto dal cielo. Un rito compiuto nella consapevolezza della precarietà e della tristezza che toccano all’umano; che - fin dentro gli spari, le luci, le musiche - nasce dalla paura, dalla presenza ininterrotta della morte. Una folla vociante, commossa, va dietro l’immagine di legno o di gesso dipinti, assolvendo una promessa, pretendendo la durata e la salute.

Dunque i canti, le giaculatorie, i vocii, e i molti usciti dalle stanze aperte sugli orti, prossime alle colline e al fiume. Su tutto le campane a distesa, lo scoppio dei mortaretti, la banda che introna nelle strade in discesa, che s’affievolisce o s’azzitta in salita.

Ebbrezza e malinconia dell’evento. Dove si ripete l’attesa di un bene ogni anno rinnovata, dopo le carestie, dopo i terremoti, dopo i figli partiti per altri continenti, dopo i figli fuggiti nella droga e nell’inerzia.

Il santo d’occhi azzurrini guarda lontano, verso il cielo del crepuscolo dove la luna trasparente sale oltre i boschi e le rupi. Non più di un emblema, tramite di un accordo impossibile, di una speranza pure mai negata.

Così Gaetano Dimatteo, con un segno insieme attento e veloce - con una trepidazione che travalica stagioni e storie: per la stagione e la storia che tutte le accoglie e comprende - racconta una processione del Sud, la ripete, la ricrea. E vi esprime un’ora e una realtà, allo stesso tempo allegre e disperate.

(Sono tenui e trasparenti tanto l’allegria che la disperazione, perché brevi e vane sono le esistenze in cui fluiscono). Allora il Santo, snello ed estatico, si fa compagno di un percorso giornaliero e rinnova un’intesa prima di tornarsene nella sua nicchia sopra l’altare. Allora i volti, i corpi, i gesti dei fedeli, divengono ombre e larve di un mondo che si cancella e si disfa nel suo stesso andare.

Gli azzurri, i gialli, i celesti, i verdi, i carminii, si compenetrano in tessiture e trame che svelano una visione e un sogno. Stupore e smemoratezza sui volti solo accennati: su alcuni di essi l’attimo di un presagio, le rughe della fatica, il cenno di una contentezza brevissima, di una pena che riaffiora. E poi i musicanti, i bambini, quelli che guardano pensosi, quelli che guardano distratti, e la croce che taglia l’aria come per un monito e una minaccia, anche per una redenzione dall’ansia e dalla diffidenza.

Ma con quale drammatica foga e insieme con quale levità il pittore trae dal buio e dal silenzio queste creature! I musicanti si colorano delle loro stesse note. Gli strumenti vibrano, sobbalzano, deflagrano. Gli inni si spandono, si sperdono nei colori che passano dai chiarori alle ombre, dall’ebbrezza alla pena.

E’ che stavolta Dimatteo ha espresso nella sua pittura un mondo in bilico fra il passato e il futuro e lo ha fermato in un momento di festa - quando umano e divino, miseria e bellezza, durata e brevità si toccano e si confondono - pervenendo a quel miracolo, possibile e prossimo, che solo possono l’arte e la poesia.

 

Roma, marzo 1998

Elio Pecora           

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