Molì
Domenico Molinari

 

Montmartre
.

I

Solo noi...

i pazzi, i poeti, gli artisti,

sappiamo riconoscere la voce del vento/

l’alito che s’innalza in un vortice e sospinge

l’anima tra cielo e terra.

 

Solo noi,

gli ultimi della classe,

possiamo perdonare il nostro cuore traboccante

che non sa amare e non può

                                               o non vuole

ripagare il dolore di chi

                                  prodigo di tenerezza

ci resta accanto nella vana speranza di attutire

una caduta.

 

Noi...

che fuggimmo di notte...

incuranti di quelle mani che dai vetri di una finestra

s’aprirono e s’alzarono in segno di saluto e che

in un attimo

vedemmo sfiorire come rosa recisa.

 

Ma cosa resta oggi,

cosa ci resta di quel vento oggi,

se non quegli sguardi impietriti

e quelle mani dietro un vetro.

 

Cosa ci resta oggi

(amico mio)

se non la coscienza di un legittimo dubbio che è

proprio di chi

spinto da una forza sconosciuta

continua la sua corsa e nel contempo rimane al palo

timoroso d’aver la strada sbagliata imboccato...?

II

Dagli stessi uscii

vennero fuori sapienti e buoni...

virtuosi che si diedero alla vita

con la pazienza di chi

(delicato)

intaglia un giglio nel legno di un acero...

e più in là

(solo un passo più in là)

aguzzini malvagi il cui sorriso non s’è mai

infranto

(se non nel nostro più recondito desiderio)

 in un ghigno di dolore.

 

Non riposano forse quei virtuosi e quei malvagi

oggi

nella stessa terra consacrata...?

 

Non siedono alla stessa tavola di un padre che

non distingue i suoi figli...

i primi più degli ultimi dimenticati nel fondo del

cuore degli uomini...?

 

Dovemmo imparare a nostre spese

quanto crudele è il mondo...

accusare sulla nostra pelle gli sbagli di un Dio

che

per errore o distrazione

plasmò la vita ingabbiandola in un circolo terribile.

 

Un lupo che mangia l’agnello / un fiore che ben presto

perisce e che rigenera

sui suoi resti

un nuovo germoglio / il forte che prevale sul debole /

il ricco sul povero / il bello sul brutto / il potente sull’uomo

della strada ...e questa morte che non fa distinzioni

e tutto accomuna.

 

Dov’è la perfezione

(utopia agognata)

di questa natura da noi così tanto decantata...?

III

Un urlo

si alza da quella collina...

dalle fondamenta di un’antica cattedrale

attraversa la piazza e si spegne in traiettorie

impazzite.

 

E’ il grido di un sentire anarchico

che raccoglie in un pugno le idee e le lancia

(come dadi)

sul panno sporco della storia...

il rantolo di un cane randagio poco avvezzo

ai padroni e mille volte deriso e schernito da

quanti

(troppo presto paghi)

in un guscio di noce hanno trovato la pace.

 

Non si costruiscono ricchezze e fabbriche sui sogni...

non si riempiono i granai con i pensieri di chi

(in contrattempo)

rifà il verso alla voce afona di una massa univoca.

 

Chi mai potrà comprenderci...

mio così simile e sventurato compagno?

 

Chi potrà,

una sola sillaba di questo nostro parlare,

condividere e far propria...?

IV

Per questo ho pianto...

per te, per me, per quelli come noi...

per chi

(di sua spente o chiamato dal destino)

tra l’avere e l’essere, la seconda strada ha imboccato.

 

Ho pianto per noi e per chi

(più dei suoi stessi occhi)

ci ama.

 

Ma a giorno fatto

nella  brezza azzurrognola di un giorno appena nato

(tra la nebbia che avvolgeva l’antico convento)

ho rivisto il sorriso di mio padre e del tuo...

 

Un giorno non lontano li ho rivisti ed ho compreso

(finalmente)

che non si vive invano.

 

Non è vano cercare un percorso...

tracciare con la spatola un segno rosso sulla tela...

aprire uno squarcio con un tratto di matita

ed involare il cuore

(il loro ed il nostro)

al di là di un orizzonte.

 

di  Roberto Zito  

 
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