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LA MIA FAMIGLIA
Ricordi di una vita

 

ANTONIO MOLFESE
 


 

Un sorriso non dura che un istante, ma nel ricordo può essere eterno (Friedrich von Schiller)


Abbiamo pensato di riportare qualche ricordo dei nostri genitori dal momento che la memoria scade con il passare degli anni. Vuole essere uno spaccato di vita vissuta che è rimasto nei nostri cuori ed avremmo voluto che anche Geppino, nostro fratello prematuramente scomparso, avesse partecipato. Purtroppo un destino avverso non ha permesso ciò, ma noi, in sua vece, ricorderemo le circostanze che alcune volte lo hanno visto come maggiore protagonista. Sono schegge di memorie che affiorano alla nostra mente e che spesso conserviamo per un certo tempo ma poi vengono accantonate per far posto ad altre più impellenti che spesso condizionano pesantemente la nostra vita. Appuntare questi ricordi è come quando si redige un pro memoria dove vengono poste le cose da fare per aiutare la memoria che con gli anni comincia a dare segni di stanchezza e di cedimento. Sono dei quadri di vita vissuta che sbiadiscono nella mente e che la carta stampata ed ora il computer aiutano a mantenere vivi. Potrebbe sembrare inutile per qualche persona annotare questi ricordi ma come l’esperienza insegna possono passare anche degli anni senza che nessuno se ne prenda cura di leggerli, ma verrà sicuramente un tempo nel quale queste poche pagine saranno apprezzate dal lettore che o casualmente o perché le ha cercate rilegge queste brevi note. Almeno me lo auguro.
I ricordi vengono riportati senza un filo logico per il lettore, ma un filo rosso li lega e solo coloro che li hanno vissuti (sempre più pochi) lo sanno individuare.
Prima di descrivere i ricordi che ci legano ai nostri genitori, sarà bene premettere alcune notizie sull’attività svolta da mio padre medico condotto di un piccolo paese in Basilicata. Tutto ciò farà comprendere al lettore che cosa ha guidato coloro che ricordano gli avvenimenti a riportarne alcuni piuttosto che altri. Sarà bene premettere alcune notizie sulle funzioni del medico condotto nell’immediato dopoguerra e quali erano le patologie che erano predominati all’epoca. Infatti potrebbe sembrare strano ma le malattie, che affliggono l’uomo, cambiano negli anni anche se non così con rapidità come la moda.


Le mansioni del medico Condotto

Arte più misera, arte più rotta
Non c’è del Medico che va in Condotta

( di Leonzio Sartori )


Nel Medio Evo l’assistenza sanitaria era affidata alla pubblica beneficenza, mentre in epoca successiva divenne un dovere dello Stato provvedere all’assistenza gratuita dei nullatenenti, tramite i comuni, e comprendeva l’assistenza medico-chirurgica, quella ostetrica, la somministrazione dei medicinali, esplicata dalla Condotta Medica mediante uno o più medici condotti stipendiati dal Comune. Dopo l’unità d’Italia, e fino alla seconda guerra mondiale, l’organizzazione sanitaria del Paese fu di competenza del Ministero degli Interni ed amministrata da una Direzione Generale di Sanità; nel 1945 si passò all’Alto Commissariato per l’Igiene e la Sanità Pubblica, emanazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e nel 1958 nacque il Ministero della Sanità (ora della Salute), quale autorità sanitaria nazionale. Il Ministero della Sanità dal centro ed il Medico Provinciale dalla provincia continuarono a svolgere il ruolo di autorità sanitaria, mentre a livello locale, il Medico Condotto era il responsabile a livello comunale dei servizi di assistenza e cura, alle dipendenze amministrative del Sindaco, ed esplicava (come pubblico ufficiale): la medicina preventiva, le vaccinazioni ed altri controlli sanitari obbligatori, la medicina scolastica e delle carceri, , le rilevazioni necroscopiche e medico legali.
Fino alla II Guerra Mondiale il ricovero in ospedale di un paziente nell’ambito del nostro territorio era un’impresa per il fatto che gli ospedali erano molto pochi, difficili da raggiungere, in quanto bisognava percorrere distanze enormi su strade impossibili e con mezzi non idonei (infatti, il quadrupede era il mezzo più efficiente, in quanto le automobili erano ancora rare),ed il paziente doveva pagare le prestazioni sanitarie molto care, solo i “non abbienti iscritti nell’elenco dei poveri” avevano l’assistenza gratuita in ospedale pagata dal comune. In caso di necessità, per ovviare a tutto questo le persone abbienti chiamavano a consulto qualche medico di chiara fama da qualche paese vicino o si trasportava, come meglio si poteva, il paziente da qualche medico illustre, per consulto medico, che svolgeva la sua attività in qualche paese vicino. Negli anni ‘30 ‘40 e’50 i farmaci a disposizione dei medici erano quelli galenici, che il farmacista preparava estemporaneamente, e la cui efficacia era commisurata alla capacità professionale dello speziale, alla pratica acquisita nell’esercizio quotidiano, alla purezza dei componenti ed alla loro disponibilità. I farmaci di pronto soccorso ,che usava nelle emergenze, erano quelli che il medico si procurava personalmente e custodiva gelosamente per le urgenze, di giorno, di notte, nelle feste e nel corso di una tormenta di neve. L’assistenza ai pazienti, specie se affetti da patologie gravi, era sempre un atto di coraggio del medico, in quanto era solo e sempre solo a risolvere il problema. La sua opera era poi rivolta anche a combattere la superstizione, molto sviluppata negli ambienti rurali; di fronte all’impotenza della medicina ufficiale di allora, era comprensibile il ricorso da parte della popolazione all’aiuto del sovrannaturale o meglio extranaturale (guaritori, masciari). A quel tempo ci voleva una grande dose di coraggio per esercitare in zone, ove introdurre nuove terapie mediche era una impresa, specialmente quando si doveva combattere anche contro le vecchie e radicate convinzioni di vecchi medici, ancorati ai principi appresi nel corso di medicina e da allora cristallizzati nella pratica corrente. La legge fondamentale “Sulla tutela dell’Igiene e della Sanità Pubblica” del 1888, determinò un rinnovamento imponente dello stato sanitario del Regno, culminando nel fervore di opere per il risanamento delle città, dei comuni rurali, e delle campagne; gli ordinamenti sanitari iniziarono, anche se con molte difficoltà, dopo questi cambiamenti una lotta senza quartiere specie contro le malattie endemico-epidemiche che erano le principali cause di morte dell’epoca. La mortalità generale, indice espressivo delle condizioni sanitarie del Paese, dal quoziente del 30‰, andò rapidamente diminuendo e dopo un decennio dall’applicazione della legge si era ridotto al 21,89‰ nel 1909, e raggiunse il quoziente di 13,5‰ nel 1933 e continuò da allora lentamente a diminuire. Le epidemie di vaiolo, colera ed altre, che potevano diffondersi anche per via mare, retrocedettero dinanzi agli interventi di vaccinazione e di profilassi diretta e furono molto contenute e fino a scomparire alcune di loro(colera). Grande diminuzione si ebbe pure nell’ambito delle altre malattie infettive diffusive che gravavano sulla mortalità generale per quasi un quarto dei morti; la mortalità nel 1887 era di 6,80‰, discese nel 1889 a 3,3‰ e continuando nella diminuzione giunse nel 1933 ad un quoziente inferiore a 1‰. Le malattie, come ogni fenomeno biologico, non sono immutabili; esse si modificano sia sotto il profilo epidemiologico che clinico in relazione sia a fattori naturali che artificiali . Ogni civiltà, ogni epoca ha una sua storia delle malattie, intese come fenomeni che coinvolgono l’insieme economico-sociale dell’individuo e della sua vita .I cambiamenti determinati da tutte queste modifiche di ordine sanitario , sociale e lavorativo(specie con la nascita delle prime industrie) producevano dei cambiamenti sostanziali anche nella insorgenza delle malattie legate ad una patologia pre-industriale e ad una patologia post industriale. La patologia pre-industriale era causata da fattori naturali, presenti nell’ambiente esterno: cause alimentari (denutrizione), cause fisico-chimiche (congelamenti, traumatismi), cause biologiche (infezioni) e colpiva l’uomo proprio in quanto specie umana. Le malattie di gran lunga più frequenti erano quelle infettive e tale patologia si presentava abitualmente con caratteristiche di acutezza, si trattava per lo più di malattie che insorgevano improvvisamente, monoeziologia, ad ogni malattia corrispondeva un agente eziologico (Tbc - bacillo di Koch; peste - pasteurella pestis, ecc.) pur potendosi evidenziare molteplici concause (raffreddamento, denutrizione, sovraffollamento, ecc.), di reversibilità, cioè che se guarivano davano luogo ad una restitutio ad integrum, l’individuo tornava guarito e sano. Con l’avvento delle prime industrie ,specie al nord Italia, si diffuse una patologia causata da fattori non presenti in natura (o loro correlati) sostanzialmente diversa e che si contrapponeva, per così dire, a quella precedentemente descritta. Si trattava infatti di una patologia a carattere cronico: insorgenza lenta anche se, in alcuni casi, le manifestazioni cliniche potevano essere improvvise; multieziologico: non un singolo agente eziologico, ma molteplici fattori erano stati definiti cause di rischio; irreversibile: si potevano mitigare i danni ed attenuare le manifestazioni cliniche, ma raramente era possibile una completa guarigione, cioè l’individuo non tornava guarito e sano.

 

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