IMARCORD
(Armento, Viaggio nella Memoria)
 

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Comune di Armento

 

IMARCORD

Quando qualche tempo fa mi capitò tra le mani il libro fotografico su Spinoso, pensai: perché non pubblicarne uno su Armento?
In un paio di anni ho raccolto oltre 400 fotografie del paese, di persone, di famiglie e delle processioni. Le ho raggruppate per tema.
Mi sono fermato ai primi anni '70 perché da questo momento in poi si scattano prevalentemente foto a colori che impoveriscono il gusto e il senso del passato.
Come titolo mi sono rifatto al capolavoro di Fellini, traducendo il suo "Amarcord" in "Imarcord". Credo che un pò tutti noi ripensiamo al passato e allora perché non ricordare insieme il tempo andato, farlo ritornare, anche se solo su carta, per qualche istante. Rivedersi bambini, giovani, in guerra, ricordare persone a noi care che non ci sono più, vedere come é cambiato il nostro paese, farà bene a tutti.
Ho voluto rivolgermi anche ai più giovani, soprattutto per le trasformazioni di Armento, quando c'erano le scale, gli asini e non le strade rifatte per far posto agli autoveicoli.
Ho riservato una sezione agli anni '60-'70, il perché lo ha spiegato l'amico Pinuccio Ierardi.
Devo ringraziare tutti gli armentesi che hanno collaborato prestandomi le loro foto.
Grazie, inoltre, al sindaco di Armento Giuseppe Antonio Ierardi e al giornalista Luigi Pistone per le loro presentazioni.
Chiedo scusa per gli inevitabili errori e per la non ottimale qualità delle foto che l'usura del tempo non ha risparmiato.

Gianni Di Capua       

(Imarcord: Pubblicazione sul Sito Web Autorizzata dall'Autore)

Progetto grafico, impaginazione e cura
Claudio Dibuono, Luisa Vignola

Realizzazione e stampa (copia cartacea)
Azienda Poligrafica TecnoStampa s.n.c., Villa D'Agri (Pz)

Agosto 2002

 

Hanno contribuito con le loro foto:

Giovanni Ambrosini, Rita Ambrosini, D. Domenico Angerosa, Antonietta Baiona, Giovanni Bavuso, Nino Caiazza, Rocco Canosa, Maddalena Catoggio, Luca D'Amato, Beniamino Defina, Filippo Defina, Antonietta De Marco, Peppino De Marco, Vincenzo De Pieno, Angela Dibuono, Dante Di Capua, Vincenzo Gallo, Pietro Grande, Angela Ierardi, Anna Ierardi, Anna Maria Ierardi, Giuseppe Antonio Ierardi, Maria Felicia Ierardi, Michelina Ierardi Teresa Ierardi, Vito Ierardi, Agostino Lapenta, Salvatore Lardino, Enzo Magaldi, Pina Magaldi (Bari), Pina Magaldi (Battipaglia), Lucia Marotta, Maddalena Martino, Lucia Micena, Antonietta Pascarelli, Giovanni Pascarelli, Isabella Rosa Pascarelli, Rosa Pascarelli, Maria Santangelo, Antonietta Senise-Ierardi, Nicola Sinisgall i, Cosimo Vastola, Pietro Villone, Anna Maria Viola, Antonietta Viola.

Si é convinti che la "memoria" del tempo che é stato sia dentro di noi sempre e per sempre.
Invece i ricordi possono sbiadirsi.
Ciò che questa pubblicazione realizza é un viaggio nel passato, per "rivitalizzare" i nostri ricordi, ma si propone anche come finestra da tenere aperta dal futuro per evitare che la "memoria" possa sfuocarsi e perdersi nel tempo
La ricostruzione fotografica delle vicende e degli abitanti del nostro paese ci racconta, senza parole, di un passato che é passato, che non deve e non può essere dimenticato perché solo così si costruisce la storia vera di un paese.
Questo libro offre a tutti l'opportunità di essere protagonisti
di un pezzo di storia di Armento e per questo mi sento in dovere di rivolgere un ringraziamento caloroso a Gianni per la passione e lo scrupolo con cui ha svolto il lavoro di documentazione e ricerca.
Armento meritava questa opera, capace di "parlare" del paese e dei suoi abitanti: il bisogno di rivedere e rivedersi é un'occasione per ricordare, riflettere, a volte anche rammaricarsi, é un'occasione per sentirsi parte di una collettività.
Mi auguro che le pagine di questa pubblicazione, contribuiscano alla formazione o all'accrescimento, in ciascuno di noi, di una sempre più coinvolgente identità collettiva.

Giuseppe Antonio Ierardi  
Sindaco di Armento    

Si dice che i ricordi siano i capelli bianchi del cuore: emozioni amplificate dal tempo che restituisce una profondità sfuggente a quello che fu il momento presente. Ciò che si propone Fautore é un viaggio nella memoria, offrendo ciò che eravamo e ciò che si é stati nel passato prossimo di una generazione a metà del cammino della vita. La quotidianità di uomini e donne scoperta nella camera oscura di inizio secolo e raffrontata alla nostra, scoprendo similitudini e differenze proprie di un essere oggetto di cambiamenti. Ieri come oggi si tenta di costruire l'uomo di nuova specie: tutti uguali in quanto "sé bios", senza diversità frutto di differenziazioni stratificate o degli sviluppi di una società sempre più evanescente e ancor meno in grado di costruirsi su un rapporto solidale nel quale l'uno ama l'altro senza riserve o pregiudizi, nella speranza che l'individuo possa diventare qualcosa di diverso rispetto a ciò che le cronache storiche fino a ora hanno riportato.
Il percorso che l'autore propone é privo di mediazioni culturali o descrizioni, nella volontà di offrire quadri che chiunque può interpretare liberamente scorgendo volti familiari o semplicemente espressioni emblematiche di un'epoca.
La cittadina si trasforma in paese quando il processo post unitario apre orizzonti sconosciuti e i "nuovi mondi" diventano il miraggio di un benessere non raggiungibile nelle nostre terre. L'emigrazione continua a determinare ancora oggi l'emorragia demografica e la causa é sempre la stessa: il lavoro che non c'é e, come allora, la via obbligata imposta da un sistema non attento alle necessità dei forzati accoliti resta la ricerca di spazi di vita al di là del proprio confine geografico.
Se c'é un tempo per riflettere un altro é dato per vivere lo spazio urbano e il contado all'insegna della festa, della fedeltà religiosa e della gita fuori porta per godere di una giornata tra parenti e amici. Il messaggio che l'autore sembra inviare é quello di osservare senza condizionamenti il reportage dei fatti di un popolo sospinto nella morsa della storia dagli eventi comuni ad altri Paesi del globo.
Marcel Proust scriveva che la fotografia acquista un po' di dignità che le manca quando cessa di essere una riproduzione della realtà e ci mostra cose che non esistono più.
E se é vero che di attimo in attimo la realtà muta per un processo del divenire sempre costante nei secoli, l'opera dell'autore permette di fermare l'attenzione su momenti unici e rari che fanno del nostro passato icona malinconica e nostalgica di un tempo ormai consumato dal ricordo. Il lavoro, però, non vuole essere il trionfo del sussulto emotivo ma testimonianza muta, affidata alle pagine patinate di un libro, di come si possa ricominciare a vivere facendo esperienza di ciò che le nostre radici hanno colto, in uno squarcio dell'esistenza dagli albori, vivendo l'attimo fugace e mostrando gioia e tristezza sempre attuali, a dimostrazione che il cammino compiuto ha mutato i costumi ma non le sensazioni e i sentimenti. La scelta del colore, tutta incentrata sul bianco e nero, sicuramente vuole sottolineare la forza della bicromia, luogo comune del passato, e suggellare un patto tra ieri e oggi vincolato dalla continuità dell'esistenza dell'uomo che, come allora, cerca di migliorare e vincere le paure dell'incerto avvenire facendo tesoro delle conquiste sociali faticosamente raggiunte, confidando nella nascita di recettori globali comuni attraverso i quali cogliere la realtà e l'altro come nostra propagine, emanazione di una visione collettiva modellata da esigenze comuni, e non elemento oscuro da cui difendersi.


Luigi Pistone
Giornalista    

Gli anni '60 - '70. Ovvero gli anni del cambiamento.

Mi sembra giusto ripercorrere un pezzo importante della nostra storia, senza tuttavia dare l'impressione a chi legge, che sto per proporre una trattazione esaustiva e completa di una tappa fondamentale di questo significativo ventennio. E' con ingenuo candore, a tratti con spirito goliardico, che mi piace descrivere e quindi collocare la realtà armentese in un contesto storico forte e molto caratterizzato da eventi che hanno cambiato la storia. Ecco quindi alcune tappe che vale la pena ripercorrere:

La Guerra del Vietnam. Combattuta in Vietnam tra il 1960 e il 1975, che oppose il regime sudvietnamita al fronte nazionale di liberazione sostenuto dal Vietnam del Nord che vide l'intervento diretto degli Stati Uniti d'America.

Il movimento studentesco. Movimento di contestazione politica, sociale e culturale di massa, sorto verso la metà degli anni Sessanta nel contesto universitario americano, per diffondersi poi in Germania, in Francia e in Italia.
Premesso che negli Stati Uniti il movimento ebbe carattere prevalentemente pacifista e non violento, caratterizzato da due spinte importanti, la prima si opponeva all'intervento armato degli USA in Vietnam (nel 1964 gli Stati Uniti inviarono i primi contingenti), la seconda, caratterizzata da uno spirito fortemente trasgressivo e anticonsumistico, si opponeva alla cosiddetta "Società del benessere" In Europa, il movimento ebbe una connotazione politica e sociale molto forte. Iniziò con timide manifestazioni di piazza, si passò poi alle occupazioni delle Università, raggiunse toni esasperati e a tratti violenti con frequenti scontri con le forze dell'ordine. Movimento studentesco e movimento operaio cercarono intese
spesso trovate. Non erano infrequenti le manifestazioni congiunte ( studenti e operai insieme nelle manifestazioni di piazza, nei cortei, negli scontri con la polizia ). E Intanto, batteva forte nei cuori il mito di Ernesto "Che" Guevara.

Le Brigate Rosse. Organizzazione terroristica clandestina, di estrema sinistra, attiva in Italia negli Settanta e Ottanta il cui obiettivo conclusivo era l'affermazione del potere del proletariato contro il capitalismo e il tutto passava attraverso la lotta armata alle strutture dello stato. Tra le azioni più clamorose, l'uccisione dell'On. Aldo Moro.
L' uccisione di Moro, insieme ad altri clamorosi "passi falsi" vedi uccisione Rossi, segnò l'inizio della fine delle Brigate rosse. Questi due episodi in particolare, non solo non trovarono quel consenso della classe operaia, fortemente voluto dalle BR, ma gli operai, i lavoratori, gli studenti, tutti compatti, scesero in piazza a denunciare la loro dissociazione, il loro orrore,
 

NO ALLA LOTTA ARMATA!
GRIDARONO TUTTI GLI UOMINI LIBERI

Iniziò all'interno delle BR un forte dibattito che portò alla riconsiderazione delle strategie prima, all'abiura della lotta armata poi. La classe operaia, scendendo in piazza compatta, segnò la fine di un ideale ritenuto fino ad allora attuabile. Quell'ideale immaginario, quel folle sogno che seminò il terrore in un'Italia orientata fortemente alla democrazia, s'infranse contro ideali di libertà ben diversi da quelli propugnati dalle BR. Iniziarono inevitabilmente le prime dissociazioni e i primi pentimenti di esponenti di rilievo , Patrizio Peci, in primis, poi tanti altri. Era la fine di un incubo.

La musica. The Beatles e dintorni. Un'altra rivoluzione si prospettava all'orizzonte della storia. Questa però era una rivoluzione pacifica, non violenta. La musica rock, affondando prepotente le sue radici nel jazz e nel Blues, servendosi di interpreti carismatici e per molti versi eccezionali, coinvolse tutto il mondo giovane in un'avventura senza fine, che vide come protagonisti i Beatles e i Rolling Stones, Jimi Hendrix, Little Richard, I Pink Floyd, I Led Zeppelin, I Santana, Janis Joplin, Bob Dylan, i Jethro Tull e tanti altri. Ragazzi e ragazze, sacchi a pelo e scatolette, si trovarono tutti insieme a Woodstock in un mitico concerto. Cominciava allora, nel mondo, l'era moderna.
Nel frattempo, In Italia, Orietta Berti e Mino Reitano mietevano e mieteranno vittime anche per gli anni avvenire, attestandosi in cima alle Hit Parades nostrane. Guccini, Dalla, De Gregori, De Andrè e qualche altro iniziarono a cantare per pochi intimi, poi, più tardi però, cominciarono finanche a vendere qualche disco.
Ad Armento, tutto ciò arrivò quasi per miracolo, sull'onda del sentito dire, in un clima di diffuso scetticismo Consideriamo, però, che "gl'intellettuali", quelli cioè, che dovevano dare al dialogo culturale un impulso significativo, erano fuori a studiare nelle città medio — grandi sia del Sud che del Nord, e lì davano il loro prezioso contributo intellettuale, all'interno dei gruppi di lavoro, lottando per il diritto allo studio, per i diritti fondamentali dell'uomo, per l'affermazione di una democrazia per molti versi ancora latitante.
Non mancò, tuttavia, un pur minimo fermento culturale che interessò in particolare i lavoratori, gli artigiani, gli studenti e i professionisti, quegli uomini e quelle donne, pochi in verità, che
Le sezioni dei vari partiti politici avevano un senso nell'immediato approssimarsi di una elezione politica o amministrativa, in quel caso il tifo saliva alle stelle: Era quasi Juve — Milan.
L'assenza di importanti punti di riferimento, promosse i bar come centro di tutti gl'interessi, anche se le donne consideravano poco fine frequentarli.
Il dialogo si faceva forte d'estate quando, rientrando finalmente per godersi le meritate vacanze, studenti e lavoratori (agguerriti come non mai) dibattevano in piazza i temi del momento: Comunismo e Capitalismo, Stati Uniti e Unione Sovietica. La guerra fredda, non era ancora diventata storia. Gli armentesi, per fortuna, avevano un tempo per dialogare e un tempo per divertirsi. Lontani dai grandi centri di divertimento, bisognava aguzzare l'ingegno e inventare qualcosa.

La Mascherata, consisteva in una sfilata variopinta e numerosa di maschere, capeggiata dal Pulcinella di turno bramosa di pregiati salumi e vini e fichi secchi, e guai a negarglieli. Sfilava lungo le strade del paese e si esibiva in scherzi anche pesanti a danno di qualche imprudente malcapitato. Atletici componenti in maschera, salivano sulle finestre e sui balconi, da dove volavano le teste dei maiali messe ad asciugare col fatidico arancio in bocca. I Pulcinella più prestigiosi sono stati Vincenzo Gallo e Mast'Antoni' u' cummannant'.

U cup cup. Tutti sanno che il cupo cupo è uno strumento musicale, un tempo assai diffuso anche perché ognuno se lo costruiva da sé. Si trattava di un recipiente cilindrico, per metà pieno d'acqua. Una delle due estremità chiusa naturalmente, l'altra, la parte superiore, chiusa da una pelle ricavata dalla vescica del maiale. Al centro di questa pelle viene fissata una sottile cannula, che sfregata con la mano emette un suono abbastanza cupo, che forse dà il nome allo strumento.
Una squadra di amici, a buio inoltrato, preceduta dal suonatore di cupo cupo, sfila per le vie del paese, bussa alle porte e chiede se si può cantare:
Ottenuto il permesso, il cupo cupo rende chiaro il motivo della visita:

"...agg' cantet sup a' nu scanniell'
u cup cup vol u cat'niell"

oppure

...agg' cantet sup a na frunn' r 'acc'
u cup cup vol u sangu'nacc'

La canzone potrebbe durare all'infinito, ma se il cupo cupo ottiene quello che cerca, conclude:

...agg' cantet sup a na f'rcin
a figlia vost a ma fe r' gin

Il Complesso. Il primo complesso ad Armento fu fondato da
Franco Angerosa, autodidatta e appassionato di chitarra. Il suo cavallo di battaglia era una canzone di Patty Pravo "era una bambolina "Essendo autodidatta la preparazione dei pezzi da suonare era molto laboriosa. Quando poi si aggregarono a lui alcuni disperati, privi di mezzi di sostentamento e quindi anche di strumenti musicali, misero insieme due chitarre amplificate, un accordietto, una batteria composta da scatole di dash (da qui il successo del detersivo). Misero su un complesso dal nome emblematico The Black Hand — La mano nera — perché questi, di notte, anziché suonare, come si conviene a un complesso, si divertivano a spostare le macchine sui gradini della Chiesa Madre, attribuendo il merito, si fa per dire alla mano nera, che invece era tutt'altra cosa.
La prima apparizione in pubblico l'ebbe all'interno di uno spettacolo dalla durata infinita, ideato da Pinuccio Ierardi e Nino Caiazza. Il problema era che non si poteva mostrare in pubblico la batteria del Dash, per cui il complesso si schierò in parte sul palco e in parte sotto (non visibile dal pubblico). Stavano sopra il palco Franco Angerosa (chitarra), Enzo Ierardi (chitarra) Filippo Di Stefano (chitarra) Vincenzo Solimando (accordietto). Sotto il palco finì Pinuccio Pascarelli detto il potentino con la sua batteria di cartone e l'immancabile fumo di sigaretta che saliva sul palco, attraversando le tavole, disegnando curiose spirali. Il complesso si modificò in seguito, con l'ingresso di Gian Mario Ierardi e l'uscita di Vincenzo Solimando e Filippo Di Stefano.
Attraversò buoni momenti con Enzo Ierardi autore di canzoni anche dialettali. A questo proposito rimane memorabile la traduzione in dialetto armentese de "La Fiera di San Lazzaro" di Guccini e una performance alla televisione di Viggiano, allora Radio Tele Lucania. Il complesso guadagnò un buon prestigio suonando ai matrimoni e a qualche festa di piazza, dove si esibiva pure un gruppo di sciagurati dalla faccia tosta (per il fatto che mica tutti sapevano cantare) denominato" u frutt' nuov', tra i quali spiccava l'autore di questo libro. Da ricordare Peppinuccio Ierardi ( ovvero Peppinuccio della latteria) che si aggregava al complesso come cantante ed interprete di un buon repertorio di Battisti.

Il Teatro. La Compagnia teatrale di Armento ha costituito una delle prime grosse aggregazioni, mettendo insieme numerosi ragazzi e ragazze, coinvolgendo genitori e cittadini, in una esperienza molto positiva. Ha portato in scena opere di Eduardo e Peppino De Filippo, tra queste: Filumena Marturano, Natale in Casa Cupiello, Non ti pago, Quaranta ma non li dimostra. Una compagnia che richiamava numerosi spettatori, forte sia nei protagonisti che nei non protagonisti. Tra gli attori, si ricordano Pinuccio Ierardi grande e Pinuccio Ierardi piccolo, Carlo Viola grande e Carlo Viola piccolo, Pippuccio Villone, Pierino Saponara, Margherita Allegretti, Michelina Saponara, Anna
Petraglia, Anna Lucia Pascarelli, Angela Benestà, Totonno Bello, Biagio e Luca Manieri e altri che s'inserivano di volta in volta. L'Edificio Scolastico era l'ambiente ideale, in grado di ospitare un pubblico numeroso.

Le gite al Capannone. Ogni anno il parroco emerito Don Mimì Angerosa, organizzava la più classica delle gite al capannone. Mangiadischi, chitarra, pallone e colazione al sacco, con l'aggiunta di un pizzico di fantasia, erano elementi di sicura riuscita. La gita durava un'intera giornata, contornata da canti, musiche, grandi mangiate, giochi e pure qualche sentimento amoroso, non sempre corrisposto. Il tutto veniva assorbito con la dignità di chi era rassegnato in partenza.

Prof. Giuseppe Antonio Ierardi


 

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