Parco Nazionale del Pollino

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Comune di San Severino Lucano

 

 

POLLINO "PARCO NAZIONALE"

The description of the territory evokes the fascination and the beauty of the enchanted world of the Pollino National Park.

Il Pollino è il Parco Nazionale più grande d'Italia.
Ha una estensione di circa 193 mila ettari e interessa 56 comuni, 32 comuni calabresi e 24 comuni lucani. 
La popolazione residente è di circa 170 mila abitanti. 
L'area protetta è la catena montuosa dell'Appennino meridionale, ai confini tra Basilicata e Calabria. 
I suoi massicci del Pollino e dell'Orsomarso sono immersi nel cuore del Mediterraneo. Le sue vette, tra le più alte del Sud d'Italia, sono coperte di neve per molti mesi dell'anno. Dalle cime, ad occhio nudo, si abbracciano con uno sguardo, ad occidente, le coste tirreniche di Maratea, di Praia a Mare, di Belvedere Marittimo e, ad oriente, il litorale ionico da Sibari a Metaponto.
Il Pollino è un inesauribile patrimonio di storia naturale ed umana, custodisce segreti antichi, al riparo dalle trasformazioni. Offre al visitatore spazi incontaminati, montagne, boschi, sorgenti, campagne, paesaggi naturali e antropici, intrecci tra realtà fisiche e lavoro millenario dell'uomo, silenzi, suoni, colori, sapori, i ritmi del tempo, l'infinito. È un universo di valori, di emergenze, di risorse naturali e culturali, di panorami, di endemismi botanici e vegetali.(1)
Conoscere e godersi il Pollino, le sue montagne e il suo mondo, complesso e arcano, coperto di incantesimi e di poesia, pieno di fascino per il suo ambiente e la sua cultura, per la grande varietà di interessi e di attrattive, è un'avventura entusiasmante che il Parco offre a bambini, giovani, adulti, anziani in vacanza, in gita, in escursione, suggerendo tante buone ragioni per venirci ancora, per darsi nuovi appuntamenti e tornare, per restare, per riscoprire, per distendersi e riposare, per vivere sensazioni e memorie, suggestioni e ricordi.
Essere sul Pollino, tra la gente del posto, visitarlo con l'attenzione e il rispetto che il Parco merita, starci più giorni significa poter percorrere itinerari escursionistici e didattici unici al mondo, vivere esperienze emozionanti irripetibili, ammirare uno scrigno di preziosi valori scientifici, culturali, estetici, educativi. Sono bellezze naturali, ambientali, paesaggistiche; sono testimonianze storiche, artistiche, architettoniche, monumentali, socio-culturali, antropologiche, etniche; è un ecosistema uomo-natura delicatissimo ed eccezionale.
Si tratta di uno scenario vasto e vario nelle sue componenti, con suoli, piante, animali, climi, uomini, culture, attività che cambiano di passo in passo, da luogo a luogo, da cima a cima, da vallata a vallata, da paese a paese, da stagione a stagione, in un continuo, sorprendente alternarsi di viste, di spettacoli, di colori, di vite.

ITINERARI DI VISITA
Con le sue vette Serra Dolcedorme, la più alta con i suoi 2267 metri sul livello del mare, Serra delle Ciavole, Serra di Crispo, Serra del Prete, Monte Pollino, Monte Alpi, Cozzo del Pellegrino, Monte Caramolo, La Mula, La Montea, Monte Palanuda e Timpone Scifarello la catena montuosa del Pollino e dell'Orsomarso si staglia imponente e maestosa, rocciosa e innevata alla vista del viandante che percorre le linee ferroviarie tirreniche e ioniche, le strade litoranee, l'autostrada del sole Salerno-Reggio Calabria, tra gli svincoli di Lauria e Frascineto, o le valli del Sinni, del Mercure, del Frido, del Sarmento, del Raganello, del Coscile, dell'Esaro e del Lao.
Sono montagne di roccia dolomitica, bastioni calcarei, pareti di faglia di origine tettonica, dirupi, gole profonde, grotte carsiche. Tra le serre e i monti si riparano i Piani del Pollino, di Campolongo, di Novacco, pianori con prati e pascoli di alta quota e materiali morenici. Sui costoni e balconate, tra massi erratici vegeta l'ultima colonia di Pino Loricato, elemento balcanico relitto delle glaciazioni, la rarità botanica simbolo del Parco. 
Completano il quadro delle emergenze geologiche e morfologiche del Massiccio i complessi calcarei della Falconara e di Timpa San Lorenzo, con la serie di faglie verticali, gli strati di calcari cretacei, la parete a strapiombo di circa 600 metri, le cenge, le grotte, le cavità, le nicchie, dove ancora nidifica l'aquila reale. Formazioni isolate, con caratteri litologici e strutturali propri, sono gli affioramenti di basalto di Timpa delle Murge e di Pietrasasso, reperti di lave che i sommovimenti tettonici hanno fatto emergere dai fondi oceanici.
A presidio della natura più nascosta, più selvaggia, più rara e prestigiosa e dell'ecosistema più incontaminato si estendono sulle pendici dei monti vaste faggete, boschi immensi, fitti, impenetrabili, popolati di fauna in via di estinzione, il lupo appenninico, il capriolo di Orsomarso, lo scoiattolo nero, il picchio nero, il falco pellegrino, l'avvoltoio degli agnelli, il gufo reale, il nibbio reale, il corvo imperiale, la rosalia alpina; luoghi ombrosi, ameni, lussureggianti, tappezzati di muschi, di erbe, di funghi, di frutti del sottobosco; luoghi ricchi di sorgenti e di corsi d'acqua limpida e fresca frequentati dalla lontra e dalla salamandra pezzata; luoghi solcati dalle gole del Raganello, del Lao, del Rosa, dai fiumi Frido, Peschiera, Argentino, Abatemarco.
A valle delle distese di faggi, dalle quali, nelle zone di Cugno Cumone, Cugno Ruggero, Cugno dell'Acero, emergono le cime degli abeti bianchi della relitta associazione botanica abete-faggio, si aprono le campagne, i nuclei rurali e le case sparse, una natura semplice e comune, ma altrettanto incontaminata, gradevole, suggestiva e salutare, da osservare, da respirare, da gustare; un paesaggio e un ambiente addobbati di piante, di peri selvatici, di agrifogli, di rovi, di vischio, di biancospini, di ginestre, di fiori di campo.
Il paesaggio si fa ancor più vario, coltivato, umano.
È il paesaggio agrario, modellato e curato da secoli, quotidianamente, dalla mano sapiente dell'uomo con attività tradizionali di coltivazione, di semina, di raccolta e di allevamenti, di pascoli, di mungitura, di lavorazione del latte, con mestieri ancora in uso, malgrado il progresso tecnologico, e con prodotti dell'antica cultura agro-pastorale.
Sono luoghi, anche questi, unici, rari, preziosi per il loro habitat naturale e umano; luoghi lontani dalla civiltà dei consumi, delle macchine, delle immagini virtuali, dei ritmi di vita frenetici; luoghi, dove i prodotti agricoli e zootecnici sono genuini, conservano sapori e fragranza autentici, dove il tempo è ancora segnato dal sorgere e dal calar del sole, dal mutar del clima e delle stagioni. Più giù i paesi fanno da guardiani alla montagna.
Il territorio si riempie di trame, di reticoli più fitti, di strade, di recinti, di campi, di presenze umane, di lavori e di vita di comunità più intensa.
Vi è il territorio più antropizzato, vi sono gli abitati, i rinvenimenti paleotologici del "Bos primigenius" della Grotta del Romito e dell'" Elephas antiquus" della Valle del Mercure, i siti archeologici, gli edifici storici, i beni monumentali, architettonici, artistici, i ruderi di castelli, il Castello di Morano, rocche, fortificazioni, conventi, i Conventi del Sagittario e del Colloreto, monasteri, santuari, i Santuari della Madonna delle Armi e della Madonna del Pettoruto, chiese e cappelle.
Vi sono gli ambienti urbani, i centri storici, le architetture spontanee, le case di pietra, le viuzze, i selciati, gli arredi, i fregi, i decori, i portali ad opera degli scalpellini locali, le ringhiere in ferro battuto, i portoncini in legno, gli spazi di vita sociale, i resti materiali della cultura locale.
Le comunità mantengono in vita usi, costumi, tradizioni popolari, lingue e dialetti, caratteri etno-antropologici, riti, feste civili e religiose di antichissima origine.
Nel viaggio, lungo gli itinerari che ogni visitatore può scegliersi, le varietà, le originalità e le rarità della natura e dell'uomo si compongono in un unico mondo, il Parco Nazionale del Pollino.


ESPERIENZE DA VIVERE
Il cuore del Parco
È la zona d'altitudine, delle cinque Serre e dei Piani del Pollino. Salendo, a 2000 metri, alla Grande Porta del Pollino, si apre, ad anfiteatro, un paesaggio naturale di incommensurabile valore estetico e di rilevantissimo interesse scientifico. Dentro si trova racchiusa la storia geologica, geomorfologica e botanica di milioni di
anni.
Il complesso rappresenta un'aula didattica, in cui sono descritti gli eventi succeduti nelle varie ere geologiche, i segni dei vari sconvolgimenti tellurici, i risultati dell'azione selettiva e modellatrice operata dalle glaciazioni e le strette relazioni esistenti tra morfologie e specie botaniche. Le dolomie e le dolomie calcaree, massicce o stratificate in grossi banchi, delle cinque Serre, che racchiudono la depressione carsica dei Piani e l'inghiottitoio "Trabucco del Pollino", le morfologie da glaciazione, i sedimenti morenici di Piano del Pollino, di Piana del Pollino e di Piano Toscano, i circhi e le cavità circoidi sulla Sella tra il Dolcedorme e il Pollino e nella Fossa del Lupo, i Pini Loricati, rifugiati sui costoni rocciosi delle Serre per sfuggire all'assedio dei faggi, un elemento balcanico relitto presente in quest'ultima area dell'Italia meridionale " a testimonianza di una ben più ampia distribuzione durante le alterne vicende determinate dalle glaciazioni quaternarie" (2), fanno del Cuore del Parco una eccezionale rarità nell'Appennino meridionale.

PAESAGGIO AGRARIO
È il paesaggio delle campagne e delle case rurali sparse e aggregate in piccoli nuclei, delle contrade abitate.
Le case, a forma unitaria, a uno o due piani, con scala esterna scoperta, tetto a due falde, coperto con tegole a coppi, con una stalla e un magazzino, una cucina, con un camino e un forno, e una camera sono la dimora semplice delle famiglie dei contadini e dei pastori (3). I luoghi di insediamento sono i campi di grano, le aie per la trebbiatura, le vigne, gli orti, gli olivi, gli alberi da frutta, ciliegi, castagni, noci, fichi, i prati e i pascoli.
Uomini e donne lavorano i campi, coltivano cereali, grano, legumi, peperoni, peperoncini piccanti, lattughe, verze; portano al pascolo le greggi di pecore e di capre; allevano maiali, polli, conigli; producono olio, vino, salsicce, soppressate prosciutti, ricotte, formaggi; fanno il pane in casa nel forno a legna. La vita agreste è scolpita sui loro volti, scuri, asciutti, induriti, segnati dal sole, dal freddo e dalla fatica dei giorni, dei mesi, degli anni trascorsi all'aperto, ed è movimentata dalle serate in famiglia, dalle visite del vicinato, dalle feste civili e religiose, dal suono di qualche zampogna e di qualche organetto.
La campagna, qui, non è una sorgente di profitto, ma un quadro globale di vita, preservata nei suoi aspetti umani, sociali, culturali, antropologici ed ecologici. Il complesso sistema di relazioni, che in questa parte di territorio la comunità insediata continua a mantenere con la natura, produce un'immagine di paesaggio agrario, tipico di una economia agricola e pastorale autarchica, con cicli e ritmi sociali e produttivi legati ad una cultura arcaica fondata su modelli di vita di una comunità umana in perfetta armonia con il suo ambiente.

LA MADONNA DEL POLLINO
Sopra Mezzana di San Severino e la Sorgente del Frido, a 1537 m. di altitudine, affacciato su un costone roccioso, vi è un piccolo santuario, costruito agli inizi del 1700, in onore della Madonna del Pollino. 
Il primo venerdì di luglio, vi confluiscono circa 10 mila fedeli, pastori, contadini, per ripetere un rito secolare, una festa antica, di grandissimo interesse religioso, etnico, culturale. Si passa, la notte tra il venerdì e il sabato, in gruppi, accampati in tende o capanne di frasche o all'aperto, attorno al fuoco, con carni di agnello e di capretto arrostite alla brace e tanto vino.
Al suono di zampogne e di organetti si danza la tradizionale tarantella dei pastori, "in cui l'uomo volteggia con atteggiamenti fauneschi di invito e schioccar di dita, mentre la donna sfugge all'invito con occhi bassi" (4). Il sabato, dopo la Messa, per la processione, si svolge un "incanto" per aggiudicarsi il privilegio di trasportare a spalla la statua della Madonna.
Tra spettacoli naturali e coinvolgimenti umani l'esperienza diventa avvincente ed indimenticabile.

LE COMUNITÀ ARBERESH
Nel Parco, sul versante sud-orientale del Pollino, ci sono antiche colonie di origine albanese: San Costantino Albanese, San Paolo Albanese, Plataci, Civita, Frascineto, San Basile, Lungro e Acquaformosa. Queste comunità Arberesh, insediatesi attorno al Massiccio, sono arrivate tra il XV e il XVI sec. per sfuggire, in Albania, al dominio dell'Impero Ottomano. Rimaste isolate, per ragioni economiche, religiose e politiche, per quasi cinque secoli, si sono identificate fortemente nella loro lingua, nella loro etnia, nella loro religione, nella loro cultura, conservando, così, vivi e autentici molti tratti peculiari delle loro originarie radici.
Attraverso la cultura materiale, le tradizioni, i costumi, il rito religioso greco-bizantino, la parlata arbëreshë, i canti popolari, i racconti degli anziani si possono apprendere i modi di vita, le loro coinvolgenti vicende, la fuga e l'abbandono della madre patria, le gesta e il coraggio del loro eroe, Scanderbeg, morto nel 1468.
Le parrocchie delle Comunità arberesh dipendono dalla Eparchia albanese di Lungro (CS), circoscrizione ecclesiastica autonoma, istituita nel 1919.
La messa, solenne è carica di spiritualità orientale, si celebra nella liturgia bizantina di San Giovanni Crisostomo, come tra gli Ortodossi. Il rito si caratterizza per la consacrazione fatta col pane, che comunemente si mangia a casa, per la comunione fatta con ambedue le specie, il pane e il vino, per la somministrazione del battesimo insieme alla cresima e all'eucarestia e per l'uso liturgico della icona.
Tra le ricorrenze religiose in rito, la più importante è la Pasqua; ma un fascino particolare è esercitato dalle cerimonie civili e religiose del matrimonio, con inni, canti e danze, manifestazioni vissute dall'intera comunità con intensa partecipazione e coinvolgimento (5).
 


Note
1 Annibale Formica, Il Parco o l'abisso, in l'"Airone", n¡ 149, settembre 1993.
2 Gruppo Interdisciplinare di Studio per la creazione del Parco del Pollino, Progetto Pollino, Regione Basilicata, 1981.
3 Paolo De Grazia, Il Pollino, in "La casa rurale nella Lucania" di L. Franciosa, cap. IV, CNR, Firenze, 1942.
4 Norman Douglass, Vecchia Calabria, Giunti Ed., Firenze 1992.
5 Annibale Formica, Un modo di leggere e di rappresentare una realtà marginale e una cultura minoritaria, Adriatica Ed. Salentina, Lecce, 1982.

      Testo di  Annibale Formica                
 tratto da  "BASILICATA REGIONE Notizie" 2001

 

 


 

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