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Vincenzo La banca: il messaggero della storia bandita,
Lo scrittore si confessa a Nove da Firenze

Ha deciso di confessarsi a Nove da Firenze Vincenzo Labanca, il romanziere lucano che da tempo ci affascina con le sue storie. Una decisione “toscana”, sicuramente da apprezzare, perché come lui sostiene “ questa terra è il centro della cultura e non possiamo escluderla dai dibattiti culturali”. Certo, lo dice lui che di dibattiti ne promuove tanti, protagonista di dispute e storie da narrare che vanno al di là dei perimetri territoriali. Questa confessione è il frutto di un’ennesima polemica che lui stesso, assieme ad altri scrittori italiani e studiosi meridionalisti, ha fomentato nel tentativo di razionalizzare la storia della nostra nazione. In particolare l’interesse poetico e romanzesco di Vincenzo nasce dalla consapevolezza d’essere italiano, dall’esigenza di illustrare a colui che legge i sapori di quella parte d’Italia che sono al centro della sua poesia: la Lucania. E’ da questa terra e poi dalle vicende nazionali che lo scrittore, con la convinzione ferrea con la quale scrisse il primo romanzo, tiene a sottolineare e a promuovere un’indagine continua sulla storia. In particolare sul brigantaggio, fenomeno sviluppatosi durante l’unità d’Italia e da sempre controverso e bandito. In altre parole, nell’ultimo anno da Rivello, piccolo centro del potentino dove Labanca è nato e vive, lo scrittore ha lanciato una proposta ovvia, di grande onestà critica: intitolare le strade in Italia ai briganti. Una proposta che sembra aver riscosso attenzione soprattutto da parte degli storici che, a seguito della disputa, hanno allargato il dibattito anche in campo politico. Il brigantaggio, e lui lo sa bene avendo avuto il trisnonno brigante, non fu solo una reazione regionale, nel tentativo rivoluzionario di cacciare i piemontesi dal regno delle Due Sicilie, ma dai risvolti nazionali. A cominciare da Carmine Donatelli Crocco che arrestato dallo stato pontificio finì i suoi giorni in Toscana, all’isola d’Elba, nel carcere di Portoferraio. Era da quella finestra, dall’inferriata, che il brigante lucano guardava il mare della Toscana, il Tirreno che, quasi per un gioco del destino, si allunga dalla nostra regione sino alla Calabria, passando da Maratea, dove vicino si trova Rivello.
Da allora, per Vincenzo Labanca, la Toscana è unita, in uno stretto binomio, alle vicissitudini del declino del brigantaggio meridionale. Un binomio che, in parte, anche se di diversa radice, si può riscontrare nel mito dei briganti maremmani. Anche in Maremma, a causa del latifondismo, si sviluppò un fenomeno del genere. “Il brigantaggio è stata una rivoluzione perduta”- sostiene, parafrasando la disputa che ha promosso. Rivoluzione che si perde nei libri di storia, nelle notti insonne di tanti paesi lucani che in quel tempo furono incendiati, nelle sommosse, nelle sentenze che decretarono morti per eversione. Come suo nonno fucilato per difendere i propri ideali, la sua terra natale, nella piazza del paese. Questa confessione, quindi, a suo dire ha una duplice valenza: dare il giusto risalto alla polemica che si è diffusa in abito nazionale e ribadire in termini storici l’antico binomio tra le due regioni. Secondo le statistiche i lucani residenti in Toscana sono molti, a cominciare dalle prime emigrazioni. Spostamenti frequenti non solo nel novecento ma a partire dalla fine del XIX secolo. In poche parole, Labanca è il romanziere di certi eventi, lo storico del popolo, il narratore avvincente come avvincenti sono i suoi romanzi; a cominciare dalla trilogia del brigante, sino alla Leggenda di un Dio lucano, Viaggio in Lucania, Storie e leggende. Titoli che per i suoi lettori rappresentano molto, che sono degli evangeli del risorgimento italiano, come ad esempio Memorie di una brigantessa, presentato più volte anche in Toscana. Insomma, si tratta di uno scrittore particolare, elitario, ispirato dalle tragiche e mitiche, talvolta sanguinose, vicende italiane.

Vincenzo, seguendo il percorso evolutivo della tua poetica è facile rintracciare una sorta di storicismo in senso letterario e filosofico. In altre parole, leggendo la trilogia del "brigante", i tre romanzi cui fa da sfondo una Lucania e un'Italia ottocentesca e suggestiva, stupisce il fatto di come tratti la storia. In altre parole, le tue pagine, la tua poetica, la visione del mondo nelle tue opere soverchia, per non dire che mette in crisi, l'ottica dello storico; per il quale la storia è vista dall'alto verso il basso, cosa che in te è rovesciata, in quanto le tue domande, le tue risposte e constatazioni partono e si alimentano dal basso, cioè dagli eventi di coloro che nel corso dei secoli sono le reali vittime di un sistema. Ora, quanto è importante per te, per la tua opera, la tua persona, la storia? Quanto è realmente fondamentale rovesciare il ruolo dello storico calandosi nei panni di uno storiografo del popolo?
“Io sono convinto che ogni uomo e figlio del proprio passato (e padre del futuro), ragion per cui è prioritario, oserei dire fondamentale, per ogni ciascuno conoscere la storia, la propria storia.
La Storia di un uomo è fatta, in prima istanza, dalla storia della propria famiglia, dalla storia della propria genetica, del proprio genoma. A seguire, nonostante l’ipocrisia della globalizzazione (che, se mai sarà, sarà solo delle merci e mai degli uomini!), la storia di un uomo e fatta del contesto in cui è venuto al mondo ed in cui si è formato nei primi anni della sua vita: il paese di appartenenza, senza il quale ogni uomo e nessuno!
Tanto ciò premesso, ogni contesto, ogni luogo, ogni paese è il prodotto della storia degli uomini che su di esso si sono avvicendati, dei suoi antenati non solo in senso genetico, e che ognuno, solo appropriandosi completamente di questa identità può avvertire il senso di appartenenza e sentirsi a casa propria.
Ma la Storia è la più bugiarda e la più falsa delle scienze, esatte e non, per il fatto stesso che scriverla sono solo i vincitori (o un gruppo ristretto di essi) che, anche quando sono in buona fede, riportano solo la loro visione dei fatti.
Ma gli Storici, quelli di mestiere, non sono mai in buona fede!… Ho letto recentemente su Repubblica la recensione di un libro sui Maya in cui si riporta che i vincitori mozzavano le dita agli scribi degli sconfitti per evitare che costoro scrivessero la storia, ovvero, la loro versione dei fatti.
Così era per i Maya e così è stato per tutti i perdenti della Storia, compreso per i nostri bisnonni briganti che soccombettero ad un’azione di Conquista riportata come Liberazione dagli storici dei vincitori (o di regime).”

Detto questo, i tuoi romanzi sono stati e sono dei tentativi vittoriosi, almeno secondo quanto emerge, di ripristinare la memoria del brigantaggio lucano in un tempo in cui la memoria, la storia, sono occultati per questioni di pigrizia culturale e, ancor peggio, per un interesse editoriale. Tanto è vero che da te è partita la polemica letteraria, in calce di vari articoli, di intitolare le strade ai briganti. Ci potresti spiegare com'è nata questa disputa?
“I Briganti furono per il sud Italia la stessa, medesima cosa che i partigiani furono per l’Italia settentrionale. Uno Stato, il Regno delle due Sicilie, bene o male al passo dei tempo, si trovò occupato dai soldati di un altro Stato, il Regno di Sardegna e Piemonte, alla stessa stregua di cui uno Stato, l’Italia del 1945, si trovò occupato dai soldati di un altro Stato: il III° Raich di Hitler. Sia gli uni che gli altri lottarono contro gli invasori che, oltre ad avere altre leggi ed altra lingua, perpetravano stragi e massacri a danni di inermi e di indifesi. Gli uni, i partigiani, vincendo, sono diventati eroi, gli altri, sconfitti, sono diventati delinquenti. E’ questa la Storia?
“E’ questa la Storia che raccontano gli storici, ma non è questa la verità!… Ed io non ci sto.
Ho fatto una lunga ricerca sull’albero genealogico della mia e di altre famiglie lucane ed ho trovato che i miei antenati, a partire dal 1600, sono stati sempre persone perbene, oneste e laboriose (non ho notizie di antenati antecedenti, ma ciò non serve alla mia analisi). L’unico “delinquente” di una lunga catena di persone per bene fu un certo Vincenzo Labanca, mio trisavolo, catturato tra i boschi della Lucania e fucilato sulla pubblica piazza perché “menatosi al brigantaggio” per anni e anni di delinquenza.
Al mio piccolo paese ci sono almeno quattro vie intitolate a partigiani dell’ultima guerra che hanno combattuto contro l’invasore, e nessuna, dico nessuna, ai delinquenti del secolo scorso. Ma si sono mai chiesti i pigri ed i benpensanti cosa ne sarebbe stato di Sandro Pertini, di Pietro Ingrao, di Nilde Iotti, di Antonio Gramsci se a vincere fossero stati i Tedeschi e non gli Americani? (pardon, gli Italiani?)… Credi davvero che la via dove abito si chiamasse lo stesso “Via Giacomo Matteotti?”
Ma la Deputazione di Storia Patria ha ancora paura dei Briganti ed ha negato che una via, una misera Via si chiamasse semplicemente: “Via dei Briganti Lucani!” quando in Italia hanno intitolato vie, strade, piazze ecc, ecc, a cani e porci!”

In un tuo romanzo- reportage, Viaggio in Lucania, affronti la tematica di due Italie contrapposte, quella del Nord e quella del Sud, passando attraverso ancora una volta un periodo storico il 1968, anno delle contestazioni giovanili. Un’epoca rivoluzionaria come quella del brigantaggio. Ora, volendo razionalizzare su i due eventi, ci potresti raccontare quale delle due epoche è per te, per il tuo senso civico, la vera rivoluzione compiuta e perché?
“Nessuna delle due!… Nessuna delle due!
La prima, quella del brigantaggio, fu una rivoluzione perduta e la seconda fu una rivoluzione di cartone!”

Di mestiere fai il professore e il letterato, professioni che porti avanti non solo con successo ma con la passione che è solita contraddistinguerti, ma come fai a conciliare i due impegni? Soprattutto possiamo considerare le due professioni in qualche modo frutto di una sola ragione?
“Un Professore, per essere tale, non deve solo conoscere degli argomenti e riferirli tal quale (per questo basterebbe un semplice registratore), ma un vero Professore deve interpretare le conoscenze e farle proprie, personalizzarle; solo in questo modo l’essere allievo di un professore e non di un altro ha senso. E’ vero quel che dici: i due impegni sono la stessa cosa; sono due facce di una stessa medaglia. E come potrebbe essere diversamente?”

Sappiamo che come scrittore ti autofinanzi per pubblicare i tuoi romanzi, inoltre curi molto bene anche il sito internet a tuo nome: ma com'è lo stato di salute dell'editoria oggi rispetto a qualche decennio fa? In particolare modo, oggi uno scrittore esordiente ha vita facile? Oppure è costellato da una miriade di problemi editoriali i quali invece di avvantaggiarlo lo reprimono?
”Non so in passato, ma allo stato attuale l’editoria italiana sta attraversando un pessimo periodo.
Crisi della lettura, sopraffatta dalla più facile e comoda televisione, dal sintetico cinema e dall’analfabetismo di ritorno che avanza in maniera galoppante. I libri che si vendono in Italia sono i best seller americani (forse perché in questo modo si eludono i diritti d’autore), i surrogati cinematografici scritti da attori, attrici, ballerini, calciatori e giornalisti sportivi. La massificazione insomma. Se non hai letto “Dieci colpi di spazzola”, “Cinque metri sopra il cielo”, e porcate del genere non sei nessuno, come non sei nessuno se non hai letto Daw Braun e la Trilogia degli anelli e quella degli orecchini. Massificazione insomma, che, a mio giudizio, vuol dire impoverimento culturale. Pensa se un giorno leggessimo “Tutti” lo stesso libro!… O è già successo da qualche parte? Io, per fortuna, non vivo di libri. E poi, ho poche pretese io!”

Altro aspetto importante della tua poetica è la cultura del mito popolare, della storia che influenza l'uomo al limite di farlo diventare o vittima o vincitore, un filone che a livello letterario trova riscontro in Cesare Pavese, in Fenoglio, nella scuola dei realisti toscani, sino ad arrivare ai contemporanei. Questo aspetto è tipico di varie tue opere. Ci potresti raccontare da dove nasce questa esigenza di narrativa sociologica, antropologica e quant'altro?
”Qual è il ruolo di uno scrittore?… Quali fini si prefigge uno scrittore quando chiede ad un lettore di mettere mano alla tasca e di privarsi di una parte del suo prezioso tempo per starlo ad ascoltare?
Due cose deve avere sempre presente uno scrittore: creare emozioni e raccontare verità.
Creare emozioni: un bel romanzo è come un’opera di Mozart, come una partita di pallone, come un’avventura galante dall’incerto finale!
Raccontare verità: ci sono verità, e non solo storiche o dogmatiche, che l’uomo comune non riuscirebbe mai ad arrivarci da solo, sopraffatto com’è dal presente. Lo scrittore lo fa per lui e glie li dispiega su un foglio stampato. In poche parole è come le tagliatelle: tutti sappiamo come si fanno, ma preferiamo tutti farcele fare dalla nonna!
E allora, cosa c’è di meglio di un Romanzo Storico?”

La Lucania, che è la tua regione, fa da sfondo alla tua opera. In altre parole la tua ricerca storica, narrativa, letteraria parte dal potentino per poi attraversare il resto d'Italia. Ora, è possibile che nella tua sensibilità di artista e di uomo ci sia, se pur in dosi accettabili e nobili, uno spaccato di nazionalismo voluto? In altri termini, l'Italia, la Lucania che racconti non credi che nascono dal fatto che avverti l'alternativa di una difesa del patrimonio nazionale che rischia di andare perduto?
”Credo di avere in parte già risposto a questa domanda. “Ogni uomo è la Storia che si porta dentro”
Ed io mi porto dentro la storia della mia famiglia, la storia del mio paese, la storia della mia Lucania e, perché no, la storia della mia Italia, ovviamente in proporzioni e misure differenti.
Non avrei voluto entrarci su questa polemica dell’Italia, ma visto che insisti ti dico come la penso.
Io non credo che esista un italiano che riesca ad immaginarsi contemporaneamente siciliano e friulano, toscano e calabrese, lombardo e abruzzese. L’Italia è un’espressione geografica ed una aggregazione politica ed io mi sento italiano solo quando vado all’estero (non potendomi sentire lucano perché all’estero non sanno manco che esiste la Lucania!). Quando sono in Italia mi sento lucano. Ma quando sono in Lucania mi sento Rivellese, e quando sono a Rivello mi sento di Mascalcia, la mia piccola, piccolissima contrada (meno di 200 abitanti).
Ed a Mascalcia mi sento della razza degli “ntingi”, il soprannome della mia famiglia. Che devo dirti di più?… Che devo dirti?”

In ultima analisi, ho il sospetto che la letteratura per te sia legata e inscindibile dalla cronaca, ovviamente con le dovute differenze di stile e di linguaggio, ora quanto è incisivo il fatto di incalzare la narrativa con eventi storici o cronache realmente accadute? E poi, la narrativa è figlia in qualche modo della cronaca?
”La cronaca è la vita degli uomini, così come è avvenuta, così come si può e come si deve raccontare. Ma spesso la vita degli uomini non è né come appare né come si racconta. Ecco allora la Narrativa: la cronaca, i fatti, la storia, raccontati come non si possono e non si debbono narrare, cosi come quando ci fingiamo d’essere un altro per ingannare noi stessi (roba da Uno, Nessuno e Centomila di pirandelliana memoria!)”.

Da sempre abiti in Rivello, tuo paese natale, del quale hai fatto il centro della tua ricerca letteraria, ma ho il forte sospetto che, in fondo, Rivello sia solo un appiglio, se pur plausibile e profondo, per cercare in realtà un altro luogo. In fondo, se vogliamo dirla tutta, uno scrittore, un artista in genere, non vive mai nel posto in cui risiede, perché per sua natura è un esule per eccellenza, basti pensare a Scotellaro, Sinisgalli, lo stesso Levi. Secondo questa teoria, un grande come Marcel Proust sosteneva che uno scrittore vive due momenti diversi, come se il suo io fosse per metà vivente e per metà errante, nel momento in cui scrive e nel momento in cui vive per scrivere, quindi, volendo riassumere, e come se vivesse fuori del sistema, in esilio. Ora, ci potresti raccontare quanto è difficile vivere in esilio quando storicamente la realtà stessa rifiuta la sensibilità artistica?
“Meriteresti un Premio Nobel per questa domanda!…E nella tua domanda c’è anche la mia risposta!
Ma dove?… Dove si trova l’altra mia metà?… Puoi aiutarmi tu a trovarla?”

Termina così il colloquio, in modo informale, ironico, giocoso al punto di risaltare un altro aspetto della poetica di Labanca: il rovesciamento della letteratura. Nelle sue opere questo elemento, che non tutti gli scrittori sembrano tenerne di conto, è assai importante. Vincenzo, forse a causa delle tematiche che affronta, forse per una sua innata attitudine e sensibilità, considera le lettere un segno indelebile di una società. Una contestazione e una testimonianza verbale continua, quasi fossero la biografia dell’Italia. Di una nazione unita ma diversificata, ricca di linguaggi diversi, di culture, di etnie. Un po’ come la Lucania e la Toscana, figlie di una stessa patria, che il romanziere racconta lontano da echi di accademica memoria.
Iuri Lombardi




Franco Simone: ritratto di un artista senza età


Sono passati trent’anni dagli esordi musicali di Franco Simone, il noto cantante salentino da tempo trapiantato a Firenze, ma sembra essere trascorso un giorno. Parlando di Franco sembra che il tempo si sia fermato, tutto sia rimasto cristallino, limpido coma acqua di fiume, soprattutto la sua voce che è quella di sempre, inconfondibile. La voce, certo, la vera protagonista, assieme all’anima, che da sempre è in perfetta sintonia, non è mai venuta meno. E’ sempre identica, la solita che da anni fa da colonna sonora al nostro tempo. Un timbro che si fa armonia ogni qualvolta pronuncia una sillaba, intona una nota. Arte, insomma, arte vera che da Respiro, come una navicella spaziale, un treno che trafora talvolta l’inquietudine di un solo istante, prosegue il viaggio sino ad interpretare capolavori come Notte di San Lorenzo, Sogno della galleria, Totò, Notturno fiorentino, La Città del Sole, e poesie musicate come: Fenestra vascia, Pianoforte e’notte. Franco Simone oggi, forse più di ieri, è consapevole d’essere un artista, un uomo che fa del proprio lavoro la ricerca di se stesso, dell’armonia universale. Insomma, un musicista “sincero che non lavora tanto per fare carriera ma nel rispetto dell’arte e di colui che ascolta”. Un rispetto che da trent’anni non si è affievolito, ma anzi è diventato maturo, al punto da avere un ruolo di primo piano nella vita musicale e sotto il profilo umano. In questi tre decenni abbiamo visto Franco Simone protagonista: indossare le vesti del cantautore, dell’interprete, di prosatore – noti sono i suoi interventi sul sito, peraltro seguito da più parti del mondo, www.francosimone.it -, ruoli che lo mettono ogni giorno sotto i riflettori da Firenze a Lecce, dall’Italia all’America latina sino alla Spagna e oltre. Un impegno che lo ha visto partecipare a rassegne musicali, ad eseguire concerti di musica sacra di una certa valenza mistica come nel caso di Canto D’Amore, che gli ha permesso di vendere in quaranta paesi milioni di dischi, di restare in testa per sedici settimane, unico caso per un italiano dopo Domenico Modugno, in una classifica discografica statunitense. Insomma, Franco Simone, oltre ad essere un nome di rispetto, oltre le capacità artistiche e la sensibilità umana, è la voce che porta l’Italia, Lecce, Firenze nel mondo. E’Franco quel ragazzo dalla faccia pulita, che del Salento ha la schiettezza del sud, del Grecale la medesima forza e capacità d'essere presente ogni qualvolta si fa sentire, che affida alla propria voce l’essenza dell’anima. Un’artista, insomma, il cui ritratto non conosce età, scolpito nella nostra memoria, da uno sfondo prospettico. A noi non rimane, quindi, che ascoltarlo e lasciarsi trasportare dalle emozioni della sua musica, proprio come il Grecale fa ai due mari pettinando l’antico stivale. Non ci resta che aspettare il nuovo album che sarà pubblicato nel 2007 e, come dice una sua canzone, si presenterà “come un nuovo appuntamento”.

Franco, a cominciare dagli esordi, è semplice individuare nelle tue canzoni, e più in generale nella tua poetica, nell’espressione artistica, una forte valenza onirica e nello stesso tempo uno spaccato di realismo; due elementi che sembrano trovare un compromesso vincente, un legame inossidabile. Ora, quanto è importante la realtà e l’onirico nel tuo percorso umano e musicale?
“Intanto l’onirico mi ha ispirato uno dei miei album più importanti: Gente che conosco, ripubblicato in dicembre col titolo Sogno della galleria. Ritengo che nei sogni ci sia non la negazione della realtà ma spesso la spiegazione, quindi mi interessa moltissimo, perché è la realtà corredata di tanta libertà. La libertà che spesso ci manca, perché ormai conduciamo un tipo di vita castrante, che taglia le ali, appena uno da un’idea di libertà reale si afferma che è pazzo normalmente e allora nei sogni c’è questa possibilità che trovo bellissima, esaltante. In generale mi piacciono le persone che nella vita reale si comportano come se vivessero un sogno. Ovviamente se sono sogni positivi, costruttivi tanto di guadagnato”.

Osservando i tuoi testi, oggi come ieri, tenendo in considerazione l’evoluzione artistica della tua carriera, si nota come tu riesca a scrivere attraverso un sistema poeticamente progressivo, cioè prospettico: vale a dire che partendo da un dato elemento, proprio come avviene nelle tele seicentesche, tu riesci a contestualizzare la cosa narrata dandole un’espressione spazio - temporale. Ad esempio, nella canzone Cara Droga tu interloquisci con essa proprio come fosse una persona, quindi regalandole un proprio contesto, o sbaglio?
“Intanto Cara droga, come tutte le cose che non mi appartengono direttamente, penso che abbia un gran valore, nel senso che spesso riesco a parlare di cose che non ho vissuto. Se riesco a calarmi nei panni di un altro, e questo riguarda qualsiasi espressione artistica, credo di dare il meglio di me, forse perché, alla fine, si finisce col parlare di se stessi come timori e come speranze. Parlare di un ragazzo che ha problemi di droga, mettendomi nei suoi panni, penso a quello che poteva succedermi… Non è una canzone ispirata a me, anzi mi hanno elogiato esplicitamente dicendo che era talmente credibile che non poteva non essere una pagina autobiografica. Quando dico invece di avere una vita da non tossicodipendente non me ne faccio un vanto, perché ripeto spesso – e lo penso davvero – che uno sceglie sino ad un certo punto il proprio destino, ma personalmente non trovo nessun interesse per il mondo della droga. Ripeto non è che sono una brava persona: ritengo d’avere la fortuna di vivere una vita riempita da mille altre cose. Forse questo mi pone nella situazione d'essere comprensivo verso quelli che invece non hanno innumerevoli passioni, per questo attratti da altri interessi. D’altronde sin da ragazzo ho sempre avuto una vita impegnata, ricordo che ho amato molto i miei studi, studiavo con passione la filosofia, la letteratura, ho frequentato il liceo classico e nonostante i sacrifici, studiare mi ha riempito l’anima, ha destato in me interesse verso tante cose.Ora tornando a Cara droga io raccontavo un caso col quale ero venuto a contatto attraverso una lettera, bella e tristissima, di un ragazzo che prima di andarsene – si capiva che era questione di vita o di morte – personificava la droga come una creatura che si diverte a fare del male. Sto dicendo tutto questo, perché l’idea che io esprimo per la droga è simile a quella che esprime Schopenhauer rispetto alla natura, che ha determinati suoi scopi e noi siamo condannati a non capire quello che sta succedendo. Concludendo su Cara droga devo dire che è stato un brano che mi ha avvicinato emotivamente al mondo di chi ha questo tipo di problema e ho ricevuto moltissime testimonianze, lettere, incontri, molto accorate, molto belli di gente che ascoltando quella canzone aveva trovato una testimonianza, una fotografia. C’è stato pure qualche idiota che l’ha presa come atto d’accusa, però anche questo fa parte del gioco”.


Al di là degli aspetti letterari delle canzoni, emerge, tuttavia, un altro dato: ossia quello musicale. Ascoltandoti, oltre le tue capacità vocali che sono indubbie, si percepiscano una serie d'influenze musicali, di retroterra sinfonici, strumentali, anche etnici se vogliamo, che tu riesci a mettere in sintonia tra loro come nel caso di Notte di San Lorenzo: una canzone di forte impatto emotivo, in cui a livello tecnico si susseguono una serie di registri musicali diversi, come ad esempio le seconde voci che sembrano ricreare un’atmosfera d’opera. Ora, ci potresti dire quanto ti hanno influenzato i vari generi musicali? E poi, quali sono i tuoi generi da sempre preferiti?
“Ascolto più musica classica che leggera. Ci sono canzoni che sono geniali nella loro asciuttezza, nella loro semplicità, penso a quelle di Mogol – Battisti, oppure Battiato, Francesco De Gregori, al grande Fabrizio De Andrè, sino ad arrivare al nuovo Tiziano Ferro che ha scritto delle cose straordinarie, forse l’unico di questa generazione perché pur essendo lontano dalla mia sembra che abbia nel suo intimo quella vena anni settanta, che non è solo esperienza musicale, sembra proprio che ciò che scrive lo viva. Ora, se vogliamo, Notte di San Lorenzo, come Totò, sicuramente ha una stesura che può essere definita pucciniana. Perché il mondo della musica classica mi piace e lo ritengo molto più serio del nostro. Sono amico di un baritono che si chiama Nicola Ulivieri che ha lavorato con me in un opera dal titolo il Vento di Myikonos. E questo signore l’altra sera l’ho visto in televisione nel Flauto Magico, cose che bisogna studiare per anni e in cui non bastano mai le fatiche. Allora credo di avere una forma di gran rispetto che forse arriva a rasentare l’invidia nei confronti dei lirici, dei grandi direttori d’orchestra. Mi viene in mente anche un’altra cantante che è sempre in giro per il mondo Cecilia Bartoli che afferma di fare cose grazie ai suoi anni di studio”.

Nell’arco della tua carriera si sono susseguiti pezzi di gran successo come Respiro, Tu e così sia, Con gli Occhi Chiusi, canzoni scritte di tuo pugno, e cover come: La Casa in via del Campo, Sarà, I Balli della Vita. Ora, analizzando questi testi, a me pare che uno dei tanti aspetti che rispetto ad altri spicca sia quello autobiografico. Quanto c’è di te, dei tuoi trascorsi umani, nelle tue composizioni?
“Ma per quanto uno si sforzi di stare dietro le quinte finisce poi col raccontare sempre quello che ama, o quello che teme o quello che spera, proprio perché in definitiva non si può raccontare che se stessi, lo diceva pure – e non vaglio fare paragoni con autentici geni – Federico Fellini, il quale sosteneva che le cose che faceva si ripetevano. E la cosa incredibile è che più si raccontano cose apparentemente marginali, geograficamente limitate, per non dire provinciali, e più si diventa internazionali. Fellini lo insegna, avendoci raccontato la realtà romagnola ed essendo diventato internazionale, come del resto Tornatore. Il segreto credo sia che quando riusciamo ad essere sinceri parliamo un’unica lingua: quella dei sentimenti”.

Altra cosa interessante e che spesso ho avuto il sospetto di come la tua musica, i tuoi motivi, che per altro si sposano bene con i testi, siano già di per sé descrittivi, ad esempio come nel caso di Paesaggio, dove secondo me l’ambientazione, se pur celata è evidente, emerge dalle note stesse, tanto che ascoltando questo brano viene da pensare a Firenze, tua città d'adozione. Anche perché, se così fosse, si viene a creare una certa similitudine critica, quasi un ossimoro, con Notturno fiorentino. Infatti, se in Paesaggio Firenze fa da scenario ad una crisi emotiva, per non dire biografica, in Notturno fiorentino l’atmosfera cambia, tanto che sembri riacquisire te stesso, l’Io annegato, vivendo, come tu stesso canti, una rinascita interiore dopo un naufragio. Ora, tanto per indagare, sei consapevole quando scrivi certi motivi di essere così diretto e “paesaggista”, oppure si deve ad un'alchimia del caso?
“Quando ho composto Paesaggio non mi ero ancora trasferito a Firenze, ma la frequentavo moltissimo… devo dirti che io subisco molto la suggestione delle parole. Le parole sono importanti come sostiene Moretti: determinate situazioni o emozioni le puoi vivere attorno ad un'unica parola. A quei tempi ero innamorato dell’espressione paesaggio, per quello che rappresenta e significa, tanto è vero che il titolo era presente nell’album prima che nascesse la canzone. La sera prima di andare in sala l’ho composta, avendo chiaro il sentimento che volevo raccontare. Ora, la lei del brano è una figura astratta. Ad esempio quando io ho cantato Malafemmina, e quando mi chiedono chi sia la donna protagonista della canzone, se la moglie del comico o Silvana Pampanini, rispondo che è Totò, perché lui racconta il suo modo d’amare: l’oggetto è assolutamente relativo”.

Spesso parli di Firenze nelle tue canzoni. In almeno due casi, in termini ufficiali, hai ambientato canzoni in questa città, come nel caso di Notturno fiorentino e di Io e Firenze: ma quanto è importante per te, per i tuoi trascorsi, questa città? E soprattutto com’è il tuo legame con essa?
“Troppo facile parlare bene di Firenze, perché è talmente bella… Vorrei che fosse ricca di vitalità come fu storicamente. Purtroppo mi fa tristezza vedere spesso per strada gente che animatamente discute di sport. Mi piacerebbe che le cose belle successe a Firenze continuassero. Quando sono arrivati i ragazzi dal tutto il mondo qui, oltre all’alluvione che è stato un incontro meraviglioso, perché al di là del disastro vedere tanta gente che ama questa città e viene a soccorrerla riempiva l’anima, nelle manifestazioni più recenti – il G8, s'intende – è emerso qualcosa di positivo. Ecco, mi piacerebbe che anche Firenze da sola organizzasse direttamente delle cose tali che fossero in armonia con la sua storia: oggi è indubbio che il passato fiorentino schiaccia il presente”.

Venendo a parlare dei lavori ultimi, delle tue ultime fatiche discografiche, come nel caso di VocePiano- dizionario rosso dei sentimenti, e prima Notturno fiorentino e La Città del Sole, lavori di un certo prestigio, dove non solo ti sei presentato come artista in tutto tondo, ma soprattutto come cultore d’arte nel caso di Pianefforte e’notte, dove hai affrontato pezzi di notevole importanza, di grandi autori, quanto sono cambiate le tue esigenze artistiche? Il modo di percepire la realtà, di affrontare certe vicissitudini e tradurle in arte?
“Oggi è diventato di moda fare cover, io invece sono stato uno dei primi cantanti a farne uso. Nel caso di Sarà, che tutti ritengono sia una cover, il testo l’ho scritto io. Mi avevano dato questa canzone ma i versi non mi piacevano, allora a costo di non firmarla dissi riscrivo le parole. Una mia grande ambizione, parlando di Pianoforte e’ notte, sarebbe di mettere in musica tutta la letteratura italiana. In particolare, Pianoforte e’ notte è stata la poesia che più ho amato nella mia adolescenza, ricordo che a scuola mi trovavo a leggerla proprio per mio piacere, perché aveva già della sinfonia dentro. Quando ho composto la musica non ho faticato, in quanto ho cercato di tirarla fuori dalle parole. Il problema è stato diverso, dovuto agli eredi che sono sparsi in tutt’Italia e alla fine per ragioni SIAE stavo per rinunciarvi e, invece, poi sono giunto all’epilogo che conosciamo. Secondo me certe operazioni bisognerebbe farle spesso e non solo da parte mia. Sarebbe un modo non solo per misurarsi ma per fare marciare la grande letteratura in termini più popolari. A me piacciono molto le contaminazioni quando ci sono gli approcci… Giorni fa ad esempio ho visto un adattamento del Don Giovanni di Mozart fatto da Baricco e ne sono rimasto entusiasta. Le riletture, cercare di inserire qualcosa di proprio nelle grandi opere, soprattutto se fatto con amore, sono qualcosa di positivo”.

Ascoltando una tua vecchia canzone quale Il Vecchio del Carrozzone e successivamente Figlio mio d’amore, e ancora il Manichino, emergono tematiche civili che nel corso della tua carriera, pur privilegiando canzoni sentimentali, non hai mai perso di vista: ci potresti svelare quanto conta e quanto di civile, inteso come società, c’è nelle tue composizioni?
“Non riesco a fare differenza, quando una canzone è bella i sentimenti sono tutti nobili. Trovo giusto quanto accadde nel’68, anche se non ho mai amato quello eccesso di mettere etichette da tutte le parti, per esempio c’era tanta gente che non sapeva cantare e che è andata avanti perché ritenuta impegnata. L’impegno era quello di Fabrizio De Andrè che aveva una voce meravigliosa, una dizione da grande attore di teatro, e delle canzoni di grandissima letteratura, ma se tu usi la parola impegno come alibi per fare cantare gente stonate e con la musica non ha niente a che vedere non va bene. Detto questo, se le canzoni sono belle non c’è differenza. Tra la Donna Cannone e la Locomotiva non riesco a stendere una graduatoria, sono due capolavori e sarebbe improprio dire questa è bella più dell’altra. Trovo che gente priva di fantasia abbia bisogno di attaccare etichette, come nel caso di saputelli scribacchini che di Battisti dissero che non sapeva cantare, mentre invece è stato un grande interprete. Due grandi interpreti italiani abbiamo avuto: Lucio Battisti e Mia Martini. Quindi, Lucio Battisti non era solo un autore, era un grandissimo interprete, ha inventato un nuovo genere. Parlo di lui per dire che le categorie a volte andrebbero superate perché sono delle gabbie mentali”.


Negli ultimi anni ti abbiamo visto come interprete d'arie sacre, un progetto antologico dal vivo che tu hai battezzato Canto D’Amore, un impegno che avevi già messo in opera con l’incisione dell’Ave Maria. Perché una scelta del genere, molto difficile per un musicista pop? Cosa ti ha spinto ad arricchire il tuo repertorio musicale e poetico nel cantare melodie e versi di un certo spessore mistico?
“Tante volte mi sono chiesto se si ha il diritto di fare satira sulla religione, credo che la religione sia una cosa seria, pur non essendo bigotto assolutamente. Sono credente in quanto credo che l’ateismo sia gratuito quanto il bigottismo, gli eccessi mi fanno sempre paura. Detto questo, quando si parla di religione mi suona male che per far ridere bisogna per forza toccare determinati aspetti, perché la trovo una mancanza di rispetto. Tornando alla domanda, vivo moltissimo l’esigenza della religiosità, al di là delle proprie visioni, basta pensare che ci sono stati dei grandi atei che hanno fatto opere di grande respiro. Però l’esigenza della religiosità è comunque una cosa insopprimibile, che ci dovrebbe accompagnare nei nostri giorni. Ora, la musica in particolare, soprattutto quella religiosa, ha visto grandi firme da Beethoven a Mozart, per cui è una cosa che bisognerebbe prendere in considerazione intanto come conoscenza musicale e poi com'esigenza. Quando canto un determinato repertorio e come se mi si aprissero delle finestre che normalmente tengo socchiuse, e proprio come fosse un rito, un bene per l’anima”.

Da diverso tempo ti abbiamo visto nei panni di traduttore, autore di testi in diverse lingue, cantante multietnico, a quando una canzone nel tuo dialetto salentino? O meglio, dopo tante esperienze plurilinguistiche non senti l’esigenza di scrivere in salentino? C’hai mai provato?
“Intanto le canzoni che traduco in altre lingue sono le mie e non quelle d'altri autori. In Canto D’Amore c’è un brano che s’intitola Vuarda comu Zumpene, che vuol dire guarda come saltano, poi nel mio primissimo album c’è una canzone in salentino. Detto questo, nel mio Salento c’è una musica interessantissima: la Pizzica. Sono molto amico di Pino Zimba, che il re di quel genere, protagonista del film Sangue Vivo, però non mi sento capace di comporre quel tipo di musica. Almeno per adesso non mi sento pronto a farla, pur avendola nel sangue essendo salentino di nascita”.

In un tuo pezzo Con gli Occhi Chiusi mi sembra di percepire una vena petrarchiana, ossia un lirismo idilliaco. Elemento dovuto, probabilmente, dal fatto che tu nutri notevoli passioni letterarie e che con maestria e umiltà esprimi componendo. Ora, facendo un’esegesi globale del tuo panorama musicale, ti resta difficile ammettere quanto ho sottolineato? Oppure preferisci parlare di pura casualità, di affinità, di corrispondenze emotive?
“Lo stesso tema della mia canzone venne trattato l’anno dopo in Bella senz’anima di Cocciante. Certo, sono simpatiche analogie. Petrarca l’ho amato tanto da ragazzo, ma adesso che mi ci fai pensare in Chiare e Fresche Acque quel saluto alla natura, quel senso di serenità universale, esiste una certa similitudine con il mio brano. Se vuoi poi dei riferimenti letterari, quando ho composto Tu e cosi sia c’era di mezzo una cosa che avevo studiata a scuola di Ovidio e che mi aveva molto colpito. Il verso, o meglio il passo, diceva quanto è bello stare a letto quando piove facendo l’amore e, infatti, ricordo che ai tempi del liceo vi erano i punti di sospensione, forse questo mi ha aiutato a viaggiare con la fantasia”.

In passato, oltre che autore ed interprete, ti abbiamo visto all’opera come autore televisivo, inoltre sappiamo che scrivi molto anche in prosa, ad esempio riempi pagine di diario, scrivi appunti, sei molto meticoloso. Quali sono, quindi, i tuoi progetti futuri? In cosa credi di esprimerti nel futuro prossimo?
“Uso la musica e la scrittura per riuscire a capire che cosa sia questo mistero. Mi gratifica la parola. La parola è importante. Quando si scrive ciò che conta è cercare l’espressione giusta. Di progetti ne ho fatti troppi, il primo perché mi piace depistare molto, il che è sempre successo a livello discografico, soprattutto trovo piacere nel sorprendere l’altro, e poi perché progettare significa vivere, andare avanti”.

Certo, ha fin troppo ragione Franco, i progetti prima di metterli in pratica bisogna pensarli, coltivarli, proprio come fa lui che, vuoi per esigenze artistiche vuoi per altro, a dicembre ha pubblicato un cofanetto antologico che racchiude due album col titolo Sogno della Galleria e solo prossimamente, nel 2007, forse agli albori del nuovo anno forse chissà in che mese, uscirà con un album d'inediti. Per adesso, nell’attesa, preferisce congedarsi tra i ricordi dei suoi successi e tra le parole di questo colloquio, tra i ponti di Firenze o ascoltando musica classica, o forse “nel profumo della strada con l’infinito tra le dita”.

Iuri Lombardi



Signori sono Marco, quello della bicicletta



Non è del tutto fuori luogo considerare l’esperienza umana e l’avventura ciclistica di Marco Banchelli simile a quella narrata da una nota canzone dei New Trols. In entrambi i casi, la bicicletta recita da protagonista. Se, infatti, nella canzone la bicicletta serviva ad Irish per arrivare a Dio, a Marco Banchelli, noto per i suoi numerosi viaggi, le due ruote servono da sempre per scoprire il mondo, per interloquire con esso. Un mezzo che da più di vent’anni gli consente di scoprire una nuova realtà, di approdare in mondi diversi, dove l’unica cosa che li rende uguali sono gli uomini. Scoperte, avventure, viaggi sono il frutto di una vera e propria professione, di un'esperienza umana che lo vedono ciclista per caso. La storia, come ogni leggenda che si rispetti sembra avere un prologo romantico, inizia nell’ormai lontano 1984, quando Banchelli si trova a New York in vacanza. E’ nella metropoli statunitense che Marco approfondisce il suo rapporto con le due ruote, un amore presente in lui sin dal tempo dell’infanzia. “A New York – come tiene a rilevare – gran parte dei cittadini inforcavano la bicicletta per andare a lavoro, così, prendendo da loro esempio, ho deciso che questo mezzo doveva diventare parte di me, della mia vita, dei miei giorni: fu una folgorazione. Da allora non l’ho più abbandonata”. Dal 1984 Marco ha mutato la propria rotta, ha cominciato a viaggiare per ogni dove visitando i luoghi più remoti del nostro pianeta; a cominciare dalle Ande, dall’America del nord alla Tasmania, sino ai deserti dell’Australia per trovare, in fine, il suo posto ideale: il Nepal. Nel 1998, dallo splendore delle montagne dell’Himalaya, Banchelli sembra farci vivere la sua avventura tramite una trasmissione da lui stesso condotta assieme a Patrizio Roversi e Susy Blady: “Turisti per Caso”, nella quale spicca per la sincera passione e sensibilità nei confronti dei paesaggi e degli uomini. E’ in quest'occasione che approfondisce la conoscenza di questa terra, visita villaggi e città come Lalitpur, che alimenta in lui quel senso di misticismo e infatuazione per il creato, tanto da farsi punti di riferimento, conoscenze, amicizie. Un viaggio che, secondo i suoi progetti, dovrebbe ripetere in primavera, reduce da una nuova trasmissione che lo vede di nuovo protagonista. Uno spettacolo che condurrà per TVR Teleitalia, visibile non solo per televisione, nelle diverse fasce orarie, ma anche tramite ADSL, tanto da essere visto sin da oltre oceano. Avventura televisiva che inizierà intorno alla metà di novembre per nove puntate, una per settimana, fino a febbraio. Un progetto che cerca di coinvolgere la gente comune, personaggi noti, paesaggi, strade, luoghi quotidiani. “Sì perché – afferma – ogni posto ha una proprie essenza, una storia, e solo l’uomo può valorizzarla”.

Marco, ci potresti raccontare i tuoi progetti futuri? E’ vero che presto tornerai in Nepal?
“Sì, il giro continua, la prossima tappa altro non è che il proseguimento della scorsa. In ogni momento della mia giornata cerco d’essere in viaggio. Per me ciò che è importante è l’essenza del viaggio, guardarmi attorno, progettare in base alle avventure presenti la prossima tappa. Immaginando la destinazione lontana, farò ad aprile prossimo ritorno in Nepal. In fondo sono sempre pronto per partire, in ogni momento. In futuro poi prevedo la nuova trasmissione di “Ciclisti per Caso”, che sarà il tentativo di trasmettere la mia esperienza alla gente. Un progetto che ho in mente da anni e che in parte si è realizzato nel 1998. Si tratta di nove puntate dove si affrontano incontri vari, viaggi, scoperte anche dei luoghi comuni”.

Ho la sensazione che per te il viaggio non sia solo una scoperta sociologica, paesaggistica, ma soprattutto un modo per scoprire te stesso, una ricerca intima, quasi mistica, o sbaglio?
“Parto sempre dal presupposto che nella vita non si arriva mai e questa domanda mi sconvolge, perché centra in pieno la chiave di lettura della mia attività sportiva. Ogni luogo, sia esso Argentina o Australia, diventa per me una ricerca interiore, occasione per scoprirmi uomo, persona. Tutti i più grandi viaggiatori della storia, se si presta attenzione, hanno fatto dei loro viaggi una personale lettura. Tutto sommato il viaggio serve proprio per descrivere, per far chiarezza, per progredire. L’attività di turista per caso è, quindi, proprio questa: cercare nel viaggio l’essenza della vita”.

In questi giorni un ragazzo della tua scuola sta facendo una escursione in Nepal e da ciò che risulta quotidianamente scrive una sorta di diario, stando a questo si può affermare che parallelamente all’attività ciclistica si sviluppa anche quella letteraria? In altri termini, è vero che molto spesso il viaggiatore si trova a scrivere memorie e racconti su ciò che ha vissuto?
“Sì, è vero. Purtroppo io personalmente non ho avuto il dono della scrittura, ma spesso nel viaggiare si nutre il forte desiderio di scrivere. Alessandro, originario dell’isola del Giglio, per questioni d’età sente l’esigenza di scrivere la propria avventura. In fondo, se ci si pensa, ogni settore lavorativo ha una propria letteratura. Non ti so dire se questo può essere considerato un vero filone, ma sta di fatto che per me questo tipo di letteratura, non necessariamente scritta, è da tempo iniziata. La scrittura è, infatti, uno strumento democratico, comune a tutti. Ora non necessariamente un ciclista per caso trasmette il proprio vissuto scrivendo. Partendo da questo presupposto tutti sono viaggiatori e la scrittura è certamente un modo d’essere presente nella vita, uno strumento di comunicazione sincero”.

Per te, quindi, il viaggio rappresenta la metafora del tuo vivere?
“Nel mio caso è lo strumento che accompagna la mia vita, i miei rapporti con essa. Vuole essere, ed è in qualche modo, una disciplina, in senso profondo del termine, che mi permette di condividere la strada con altri, non necessariamente ciclisti. Insomma, rappresenta un modo d’esserci”.

Quando tu parti per un'escursione, quando parti da Firenze per andare lontano, come organizzi la tua partenza? Voglio dire, come nasce il progetto?
“Ci sono diverse fasi: c’è una d'inizio e di sviluppo. Se nei primi anni c’era il desiderio di partire, di vedere posti nuovi, magari dormendo anche sotto i tavoli, oggi ho una consapevolezza diversa, e quindi un diverso modo di affrontare la nuova avventura. Nei primi viaggi ho imparato a convivere con la solitudine, con questo sentimento umano. Fondamentalmente un viaggiatore è sempre solo, sin dall’inizio dell’escursione. Il viaggio t'insegna ad essere solo, una solitudine che non necessariamente riscontri in luoghi ameni, ma in ogni dove. Ad esempio rimasi sconvolto a New York, nella quinta strada, uno dei posti più affollati, dove mi sentivo ugualmente solo, anzi più solo là che magari sull’Himalaya. Insomma, oggi parto con una consapevolezza diversa, col presupposto, grazie anche a “Ciclisti per caso”, di condividere l’esperienza con l’altro, di pensare l’avventura in collettivo. Nello stesso tempo è mutata in me la paura, ad esempio. Anche questo sentimento oramai non dico che sia in me esorcizzato, perché ovviamente rimane, però è diverso, è meno pronunciato, violento. Anche perché penso che spaventi meno un paesaggio vuoto, un baratro, una notte stellata che la folla. In Himalaya, in quelle lande immense, il colpo lo senti in pieno, però dopo un po’ ci fai l’abitudine, mentre la folla opprime, ti ruba qualcosa dentro, ti fa sentire una solitudine e una paura profonda”.

Prima di iniziare a svolgere questa professione facevi un altro tipo di vita, potresti raccontare com'è avvenuto il cambiamento?
“Mah, per tanti anni ho avuto una palestra, sono sempre stato nell’ambito sportivo: ho fatto il bagnino, ho dato lezione di tennis. Tutto sommato, credo che questo rapporto sia legato ad un episodio adolescenziale, non avendo il motorino sin da ragazzo mi sono sempre smosso in bicicletta, perciò nelle varie tappe della mia vita le due ruote sono sempre state presenti. Quindi il cambiamento c’è stato e non, nel senso che ho, almeno credo, radicalizzato questa passione al punto di farla diventare un vero e proprio lavoro, una ricerca di stile”.

Possiamo allora dire che la bicicletta è stato il tuo motivo di riscatto…
“Forse si. Anche perché l’ho sofferta sin da ragazzo, in rapporto anche con l’altro sesso. In ogni caso, devo ringraziare i miei genitori che non mi hanno mai comperato il motorino perché, anche nei momenti in cui la maledicevo guardando gli altri col Ciclomotore, sono stati la mia fortuna…”

Per te essere stato ciclista da ragazzo ha incrementato la forza per non omologarti alla moda, di rompere un tabù culturale.
“Ha sicuramente rafforzato il mio messaggio nel mio rapporto con gli altri, ha forse posto un interrogativo civico dell’uso quotidiano. Insomma ha rappresentato un’occasione di crescita. Se vai in tutti i posti del mondo che ho visitato mi conoscono come Marco della bicicletta, come l’uomo del pedale”.

La bicicletta quindi ti ha scombinato il mazzo delle carte. Fuori di metafora, dopo la folgorazione dell’84, con le due ruote hai disordinato la tua vita per poi darle un ordine diverso… Insomma è stato come rivivere una seconda volta, ricominciare da capo.
“Ciò che dici non è per niente fuori luogo, perché vedi ognuno mette ordine nella vita in base alle proprie facoltà. Io ho fatto ordine, ho razionalizzato tramite questo veicolo. Ho trovato un proprio equilibrio esistenziale, che di continuo mi mette in discussione con me stesso, con il prossimo”.

Quindi hai fatto del ciclismo una sorta di credo, di disciplina religiosa?
“Sì. Una volta mi permisi di dire al Cardinale Piovanelli, ricordando un sentiero dell’Himalaya, che in diversi momenti ho avuto la sensazione di portare la bicicletta sulle spalle come fosse una croce. Lui mi abbracciò e mi sorrise, come se approvasse ciò che stavo dicendogli… Fu un'approvazione sincera. Se bene si pensa la vita è sempre una prova continua, un viaggio in cui non si arriva mai, un mettersi in gioco continuo con sincera passione”.

Un’attitudine che non è solo sportiva ma civile. Un viaggio continuo verso il mondo, il pianeta, la società, che lo vede ambasciatore di Firenze in Nepal. Insomma, una disciplina fisica e mentale che gli dona equilibrio e, forse, parafrasando con ironia la canzone dei New Trols, come Irish lo accompagna ad osservare la bellezza del creato.


Iuri Lombardi



Carmine Donatelli Crocco: due vite in una


I La prima vita: da pastore a brigante


Il primo giugno del 1830 nasce nel comune di Rionero in Vulture Carmine Donatelli Crocco, il
celebre brigante lucano che, secondo la vulgata popolare, vide la luce in una capanna di pietra e di
fieno, in un borgo poco lontano dallo storico centro di Atella. Nacque così colui che per uno
strano destino diventerà brigante pochi decenni dopo, figlio di un parto che molto sa di
evangelico se non fosse accaduto in Lucania, in quella terra scabra e appenninica, per molti versi di
confine, i cui abitanti da sempre hanno cercato di seguire le orme dei cinghiali per non essere
raggiunti dai loro simili. Tanto per proseguire con la metafora evangelica, tracciando le dovute
differenze, in un intreccio di similitudini e di analogie con il santo natale di Cristo, potremmo dire
che Carmine Donatelli Crocco fuoriuscendo dal ventre materno non vide né Re magi né miti
pastorelli, ma solo sua madre e suo padre in un teatro muto di luce estiva, cui faceva da sfondo un
lieto ondeggiare di colline vulcaniche e di viti, nello spazio di un mattino che odorava di terra e di
liquirizie selvatiche. Sua madre Maria Gera, massaia in casa propria e in ben altre masserie di ricchi
latifondisti, non ebbe tempo di partorire il proprio figlio in una civile casa, nell’alcova confortevole
della famiglia Fortunato, presso la quale il marito era pastore del gregge dell’omonima casata, e
così, provata da forti contrazioni, fu portata in una capanna di pastori, la prima di una grancia a
poche miglia dalla strada maestra per Rionero. Aneddoto che fortemente, forse per caso forse per
vocazione caratteriale, segnerà l’esistenza del povero pastorello che, nel giro di un lustro,
commetterà il suo primo omicidio con la complicità del fratello Donatello, spinto da un’ansia lacerante di giustizia inconsapevole, uccidendo il cane della famiglia Fortunato: in quanto responsabile di aver mangiato il coniglio di famiglia, forse l’unico, custodito nella propria stia. Poco dopo il proprietario del cane se la rifece con Donato e picchiò selvaggiamente Maria Gera, incinta di pochi mesi, ma l’accaduto non finì qua, dopo poco il signorotto fu raggiunto da un colpo di fucile, pur restandone indenne, e accusato fu il padre del futuro brigante: Francesco Crocco Donatelli, trascinato in carcere per tentato omicidio e maltrattamenti, così dicano le fonti, al pubblico ufficiale. Al giovane Carmine non resta che prendere in mano le redini di famiglia e, in compagnia del fratello Donatello, partirà per la Capitanata , al comando di un gregge di proprietà di una nota famiglia foggiana. In Puglia, tra le immense distese di grano e di ortaggi, tra le bianche masserie, si costruisce una nuova se pur precaria vita, lontano dalla sua Lucania dove sono rimaste le sorelle e la madre, affetta da una forma di pazzia, e il padre, reo carcerato, fuoriuscito dalla prigione in libertà vigilata perché ritenuto innocente. In questo continuo avvicendarsi di drammi e tragedie private, ad arricchire la sua giovane esistenza sarà un giovane signorotto che aspirante suicida nelle acque dell’Ofanto, donerà al futuro brigante cinque monete d’oro che gli permettono di rientrare in Lucania, lavorando come bracciante per alcuni signorotti di Atella. Un episodio che presto si macchierà di sangue, dando vita ad un giallo senza soluzione e senza movente apparente, il cui epilogo vede Carmine arruolarsi nell’esercito di Ferdinando II di Borbone, nel reggimento di artiglieria. Poco dopo, nel 1851, facendo ritorno nella sua Rionero, nella omonima grancia, uccide, per vendicare la purezza della sorella Rosina, Don Peppino, un giovane nobile dello stesso paese, che da tempo infastidisce sua sorella, con violenze prima verbali e poi fisiche. Per questo omicidio sarà incarcerato e poi, da evasore, si rifugia a Monticchio, tra i boschi del Vulture. Un anno dopo, nel 1852, assieme a Ninco-Nanco e Vincenzo Mastronardi , costituisce una propria banda, vivendo di furti, di rapine e sequestri di persona. Una latitanza assai lunga, interrotta da brevi periodi di non secondaria importanza, in cui è preso e portato in carcere a Brindisi, dal quale evade la notte del 14 dicembre del’59. Seguirono di lì a poco altre prigionie, tra le tante quella avvenuta dopo i moti liberali dei comuni dell’Ofanto, odierna alta Basilicata, nei quali Crocco innalzava la bandiera bianca dalle cinque strisce blu orizzontali , in segno di pace e di libertà, affiancando i liberali di Rionero. Qualche tempo dopo, precisamente nell’aprile del’61, Crocco forma una squadra di quasi cinquecentoventi briganti, per lo più latitanti da decenni, e declamando decaduta l’autorità sabauda in nome dei Borboni, assedia i paesi rurali, allora poco più che villaggi, di Ripacandida, Maschito, Barile, Castel Lagopesole, e la illustre Venosa, patria del poeta latino Quinto Orazio Flacco. Ed è proprio a Venosa, l’antichissima Venusja, che Crocco, oramai già noto e temibile brigante, uccide alcune autorità di tendenze politiche pro-sabaude, tra le quali il nonno di Francesco Saverio Nitti: Francesco Nitti. In un clima di terrore, nel quale si alternavano tribunali provvisori, autorità momentanee, istituite nell’occasione per arginare tale fenomeno, Crocco, tra i ricercati noti in zona come capobanda, proseguiva la sua eroica battaglia entrando in Lavello e in altri piccoli centri della valle dell’Ofanto sino ad arrivare a Melfi, il 15 aprile 1861, dove fu acclamato dalla folla. Nel frattempo, la Lucania era diventata teatro di uccisioni e di insurrezioni, di spargimenti di sangue e di incendi, di sommosse di contadini che si ribellavano in nome di una libertà a loro inedita. Sommosse che nello scorrere del tempo si espansero in tutta la regione, sino a raggiungere le arcaiche terre del Pollino, da secoli vittime di soprusi e di severe leggi, anche per quanto riguardava i costumi, da parte dei baronati.
Con il risveglio dei paesi della Camastra- valle alto Sauro e quelli della val del Basento , nella
fattispecie del materano, la battaglia di Crocco fuoriesce dall’ambito regionale, influenzando le
lontane terre dell’Irpinia, delle Puglie, sia salentine sia del foggiano, sino a raggiungere gli Abruzzi
marsicani e peligni e il Molise. Quando di seguito, sommosse e uccisioni, spesso con delitti
inspiegabili, i cui moventi erano legati a ragioni di natura rurale, si incendiarono le Calabrie.
Affianco di Ninco-Nanco e di altri capibanda, i cui accampamenti erano disseminati nei boschi
della più remota dorsale appenninica meridionale, visse la disfatta contro lo stato sabaudo proprio
sulle rive dell’Ofanto, nel luglio del’61, e da vinto fuggì verso lo stato pontificio, a confine con la
Ciociaria , dove fu arrestato a Veroli e portato nel carcere romano. Liberato in seguito dalle
autorità italiane, dopo l’avvento di Roma, fu processato a Potenza e condannato all’ergastolo con la
pena da scontare in lavori forzati, nel carcere di Portoferraio dove si spense il 18 giugno del 1905.





II La seconda vita: da brigante a mito

Tuttavia la problematica che si è venuta a formare attorno alla figura di Carmine Donatelli Crocco,
non può essere risolta o dibattuta tenendo conto solo degli aspetti di natura biografici. Ben altra
peculiarità diventa materia d’indagine, e quindi di disputa, nel cercare di storicizzare la figura del
noto capobanda. In particolare per due ovvi motivi. In primo luogo, necessita, proprio quando sì
avvia un indagine, approfondire le ragioni della sua azione che lo videro attore di una sanguinosa
rivolta, di una battaglia feroce dai toni di una guerra civile. In secondo luogo, ma non in termini di
importanza, è utile rilevare l’ampia considerazione che da tempo si è espressa attorno al personaggio, sia a livello letterario sia storiografico, facendolo diventare di tempo in tempo un
mito, soprattutto in Lucania e in gran parte del mezzogiorno continentale. Un mito che sorge da leggende popolari, in parte dai cantastorie o da poeti dialettali, che da sempre si riconferma, aleggiando come un fantasma di generazione in generazione. D’altro canto, necessita tenere presente il periodo storico nel quale Crocco agisce, una stagione di fermento culturale e di costumi assai importante. Se da una parte in Italia venivano a mutarsi le logiche politiche, e con esse i singoli confini di stato, monarchici e geografici, dall’altra, sul piano della cultura, questo radicale mutamento non era a di meno, basti pensare all’oramai tramontato Romanticismo che proiettava, se pur postumi, raggi influenti di tardo risorgimento, attraverso i quali vide la luce il naturalismo
verista del Verga e del De Roberto nel sud Italia. Movimento letterario il cui patrimonio narrativo
trovava una propria genesi nella vita agreste, i cui romanzi e le cui prose erano popolati da personaggi poco ambienti, per non dire di bassa estrazione sociale quali pastori, minatori e
braccianti. Patrimonio narrativo che determinò una nuova sperimentazione linguistica e con essa
rivoluzionò, come è noto, la forma stessa della scrittura letteraria e il ruolo che essa aveva allora nel
tessuto sociale, sia esso nobile sia esso artigiano, borghese, proletario. Rivoluzione nella quale certi
personaggi, sino a questo momento vissuti di espedienti e ai margini della storia umana, diventavano protagonisti loro stessi, oggetto di narrazione poetica, romanzesca e il più delle volte
materia di studio della allora nascente disciplina psichiatrica. Tuttavia, è chiaro che in tale contesto,
Carmine Donatelli Crocco, fu subito canonizzato come personaggio letterario, se non direttamente,
dissimulato sotto diversi nomi, per non dire oggetto di studio, come gran parte dei disertori, dei
delinquenti comuni, dei rapinatori, mendicanti da parte di Sigmond Freud e in Italia da Cesare
Lombroso , noto psichiatra e scrittore veneto. Fu, infatti, da prima protagonista, sotto diversi nomi,
di novelle e romanzi di noti scrittori meridionali, nei versi dei cantastorie, e negli articoli della
pubblicistica partenopea e, in un secondo tempo, anni dopo la sua avvenuta morte nel 1905, materia di studio per il professor Lombroso, che in quel tempo affrontava indagini di fisionomica applicata
alla psichiatria, i cui oggetti di sperimentazione erano i teschi e i tratti somatici di certi defunti delinquenti.
Sperimentazioni e indagini di natura non solo filosofica e psichiatrica, ma di particolare sensibilità
anatomica i cui presupposti si basavano sui tratti somatici dei cadaveri osservati, il cui profilo e l’aspetto fisico, secondo certe teorie, veniva a determinare certi comportamenti umani .
Tuttavia, nel procedere di certe sperimentazioni psichiatriche, anche Freud iniziava a popolare i suoi interessi di personaggi comuni, iniziando a sottolineare ed ad approfondire il discorso e la determinazione che l’inconscio ha sulla vita umana. I suoi scritti sulla coscienza, come parte conosciuta dalla razionalità umana, e sull’inconscio, il non conosciuto, la parte nascosta, dove sì
annidano irrisolti problemi esistenziali, aprivano tuttavia un dibattito di notevole impatto culturale che non a caso è determinato da certe realtà circostanti. Realtà il cui tessuto civile si vedeva mutare di volta in volta, ora per mano di forze politiche, ora per mano di sommosse popolari.

Tuttavia, questo discorso non si allontana dall’indagine sulla figura del noto brigante lucano, né tanto meno vengono ad affievolirsi sintonie e presupposti leciti all’argomento. Parlare della rivoluzione culturale, sembra infatti non presentare alcuna stonatura con la figura in questione, in quanto la storiografia e gli aspetti biografici, in un primo momento, la letteratura e la costruzione del mito, in un secondo momento, hanno alimentato la conoscenza e arricchito le fonti in materia. Ad esempio, è grazie ai documenti che possiamo ricostruire alcuni tasselli della biografia di Crocco, sulla cui vita incombono alcuni dubbi per quanto concerne dettagli di non minore importanza. Dettagli che sono, se rapportati in termini reali, passaggi della vita di quest’uomo, intere stagioni, a cominciare dalla nascita. Secondo la vulgata popolare, che fortemente ha influenzato la drammaturgia e la letteratura brigantesca , Crocco vide la luce in una Capanna poco lontana dal centro di Atella, nella perduta campagna lucana, e non in casa dei nobili Fortunato presso i quali il padre e la madre prestavano servizio. Un dato che se omesso tradisce la biografia di un uomo, al punto di dissimularla o, ancor peggio, miticizzarla per ragioni spesso di natura ideologica prima che artistiche. Altro passaggio che presenta forti lacune storiche, incriminato da tempo da storici meridionalisti, è l’arresto del 1852, stagione in cui era già capobanda e latitante per i boschi del Vulture, secondo alcuni avvenuto in Lucania e scontato nel carcere di Brindisi di Montagna, piccolo villaggio arroccato su di un poggio nella media valle del Basento, mentre invece si tratta di
Brindisi nel Salento.Un carcere, come tanti, provvisorio, allestito a seguito della legge Pica , costruito per arginare il movimento che si andava sempre più accrescendo. Altro aspetto determinante, al quale gli storici hanno da sempre posto una notevole attenzione, è certamente la fuoriuscita di alcuni capobanda dall’esercito borbonico, disertori della leva militare per ragioni che non sempre sembrano essere palesi. E i casi non sono pochi, a cominciare proprio da Crocco; disertore dell’esercito borbonico per intraprendere la strada del banditismo e della latitanza, indossando le vesti di attore protagonista in un dramma collettivo e dalle tinte forti, la cui regia era affidata alla rabbia di un intero popolo di braccianti. Decisione le cui ragioni debbono essere cercate in parte negli aspetti biografici, in particolare nella stagione dell’infanzia, e in parte nella personalità di questi uomini: le cui attitudini caratteriali e i cui equilibri mentali spesso erano tormentati da problemi di natura esistenziale e comportamentale . Peculiarità che molto avevano a che fare col contesto agreste, da sempre minacciato e sottomesso da logiche di potere e da soprusi monarchici e baronali. A questo scopo, è sufficiente leggere la stessa biografia che Crocco dettò a Portoferraio durante gli anni della sua prigionia ad un compagno di cella, per rendersi conto di quali furono le ragioni che vennero a determinare certi comportamenti e a condizionare certe esistenze. In primo luogo, l’aspetto che più sembra palese, è certamente la povertà nella quale versavano la maggior parte dei contadini del sud: uno stato precario, minacciato e sottomesso da logiche di potere e da patologie, spesso mortali, che innescavano una certa violenza per chi allora viveva in certi contesti, alimentata da una rabbia che appena ci fu la possibilità storica venne espressa in drammi di natura sociale, ossia sommosse, banditismi e quant’altro.
Tornando a Carmine Donatelli Crocco, il discorso è chiaro: il noto brigante crebbe in un ambiente
malsano, di violenze subite, di ignoranza e questo lo spinsero a diventare un bandito a tutti gli effetti. Un ribelle di bassa scolarizzazione, la cui psicologia era imprevedibile affetta da irrisolti problemi a livello di incoscio, che lo guidavano nel proprio agire. Insomma, un’irrazionalità di
fondo che veniva a condizionare l’intera sfera umana di quest’uomo, al punto di fargli comprendere,
nel marasma della sua complessa e drammatica personalità, solo una stessa, medesima cosa:

l’amore per un proprio senso di giustizia e per la propria terra, nonché la ricerca continua di una
libertà lontana da ogni forma od eco di potere costituito, sia esso democratico oppure monarchico,
liberale o papalino. Un’esistenza di confine, quindi, corrispondente ad un proprio parametro umano,
culturale e psicologico: attitudine che svela la reale natura di certi personaggi. Attori di un dramma che con tutta probabilità se nati o cresciuti in un contesto altro non avrebbero commesso certi errori comportamentali, non avrebbero latitato ai margini del contesto civile, ma sicuramente avrebbero conosciuto altri mezzi di lotta e di comunicazione di quelli da loro posseduti. Tesi che avvale in pieno il concetto di Freud ma non quello di Lombroso, i cui studi sembrano oggi superati e la cui fisiognomica soppiantata da ben più profondi presupposti fenomenici e psichiatrici. Tuttavia, ciò che non si esclude a priori, per quanto concerne il mito, è certamente l’aspetto letterario; il cui profilo storico e le cui ragioni affondano radici nel più lontano pre-romanticismo inglese, a cominciare dalla poesia metafisica del periodo barocco sorta attorno a lirici della statura di Jon Donne. Un filone di antica origine e nel contempo fondamentale per una lettura generica di fenomeni storici di almeno cinque secoli. La figura del brigante, di colui che latita, vivendo ai margini della società, del contesto civile, popola le prose e i versi della gran parte della letteratura occidentale. Insomma, il latitante, il bandito è un cittadino di primo piano in una certa letteratura, non solo d’autore. Ad esempio, entrando sempre più in questa peculiarità, non è difficile rendersi conto di come la tradizione delle ottave dei cantari popolari in Toscana o quella dei cantastorie che echeggiavano nelle piazze del mezzogiorno d’Italia, tradizione che affonda le proprie radici in un contesto di natura epica, il più delle volte narra le vicissitudini di certi personaggi, le disavventure, spesso tramite una affabulazione magica. Per tornare alla tradizione d’autore, e nello specifico nell’ottocento, vale a dire nella stagione del Romanticismo e del Naturalismo, è sufficiente leggere
Schiller, il drammaturgo tedesco, o anche i Promessi Sposi del Manzoni, per rendersi conto di come il bandito, e di conseguenza il brigantaggio, siano da sempre l’altra faccia della medaglia, la parte
in ombra della luna. Infatti, il perimetro d’azione del bandito è la società stessa e, soprattutto, trova campo fertile proprio quando essa si presenta più labile o, ancor peggio, quando in essa sta transitando una stagione storica di grandi mutamenti mediante i quali i meno ambienti sono i primi protagonisti, spesso in un dramma di forte impatto emotivo ed esistenziale. Tornando a Crocco, la
disputa, se calata in certi presupposti, trova una serie di analogie con una vasta gamma di riflessioni che filosofi, linguisti, storici, poeti hanno intessuto nel corso degli ultimi due secoli. Basti pensare a Lukacs, il quale soffermandosi a riflettere sulla nascita del dramma moderno nel teatro, tiene a rilevare come questa forma di teatro sia un riflesso della società stessa, una sorta di specchio nel quale soprattutto i più deboli si rispecchiano e rintracciano le loro più profonde problematiche civili e sociali, ed infine, ma non per ordine di importanza, ideologiche e psicologiche . Con la nascita del teatro contemporaneo, ossia moderno, né antico né rinascimentale, prende avvio una dinamica del tutto inedita, nella quale all’interno del tessuto sociale gli umili sembrano teatralizzare, mediante le loro lotte per la sopravvivenza, il mondo, il contesto sociale. Da qui, da queste istanze, in parte rilevate da Freud pochi anni dopo, e da Barthes , per quanto concerne lo studio dell’io e dell’uomo moderno nella società preindustriale, nasce un nuovo tipo di umanesimo, vale a dire l’umanesimo delle lotte tra il povero e il ricco, una riscossa non sempre sviluppata tramite comportamenti civili, che il filosofo Lukacs battezza in un proprio intervento: umanesimo socialista e romantico .
Tuttavia, tornando a Carmine Donatelli Crocco e al brigantaggio appulo – lucano, a quella riscossa popolare che vide la Lucania essere coinvolta in una quasi guerra civile, della quale si contano quasi diecimila morti, come tenne a suo tempo a rilevare Molfese , resta difficile sostenere che tale fenomeno fosse solo costituito da delinquenti, disertori dell’esercito borbonico o da tagliaborse. Il

fenomeno del brigantaggio lucano e meridionale poi, in un secondo tempo, è e deve essere compreso come ribellione ad un sistema castrante non solo dovuto alla nuova stagione politica, quella dei Savoia, bensì a secoli di schiavitù da parte di monarchie, baronati, latifondisti che dettavano leggi e alimentavano soprusi di potere nei confronti delle popolazioni più povere e derelitte. Questo aspetto, che non è certo il solo, è comprensibile al solo dato che durante la prima fase di lotta, sia Crocco sia gli altri suoi compagni di lotta, si ribellarono contro lo stato piemontese in nome dei Borboni, non solo per questioni di difesa territoriale e geografica, il che sarebbe labile da sopportare, ma per una certezza storica, per un equilibrio che per loro sembrava non esserci. Un equilibrio in termini economici, culturali che mai avevano conosciuto durante l’impero borbonico, ma del quale ne percepivano l’odore, quell’essenza, che a loro dire, gli sarebbe stata negata in uno stato unitario, vale a dire di maggioranza, entro un perimetro assai vasto e nel quale avrebbero perduto, nel processo di massificazione storica, ogni loro antica identità culturale e geografica. Insomma, in un contesto italiano nel quale sorgevano presupposti e dinamiche nuove, la Lucania, terra arcaica per eccellenza e di magia, come la Puglia salentina e garganica, il Molise sannitico, prendeva le sue distanze, le sue difese in nome di un umanesimo contadino e banditesco, come rilevava antropologicamente negli anni cinquanta del novecento De Martino , intriso di un cristianesimo umile e devoto, lontano da quello che era il cattolicesimo liberale del Manzoni, cioè di quella cristianità colta, nata nel laboratorio milanese del Conciliatore , che nell’arco di pochi
anni fu riconosciuta come identità nazionale.
A questo aspetto, ovviamente, ne vanno aggiunti altri, sia di natura storica sia di natura letteraria. Elementi, che se considerati nel più completo insieme, costituiscono l’intero quadro della vicenda. Se da una parte la storia respinge le masse più umili, dall’altra le comprende, le dà la possibilità di agire, di fomentarsi in un territorio oramai più ampio, con spaccati di vita sociale non solo nel meridione ma anche nella Toscana e in parte nell’ormai defunto Stato della Chiesa. Insomma, si tratta di una grande nebulosa storica, non solo o solo in parte fenomeno di costume, che cerca e ottiene una proprio riscatto, a cominciare da quello letterario, dove trova occasione di abitarci, come
tiene a rilevare lo stesso Nigro .
Tuttavia, reduce di avere analizzato aspetti diversi tra loro, non si può concludere o altrimenti continuare una disputa su Crocco e sul brigantaggio se non si analizza la legge Pica del 1863, varata in parlamento tra le file dei deputati della destra storica. Questa legge, che tra le tante manifestazioni parlamentari di quel tempo cercò di stroncare il brigantaggio, fu ideata dal deputato Giuseppe Pica, abruzzese di nascita, nell’intento di arginare tale fenomeno, al punto di considerarla:”mezzo eccezionale e temporaneo di difesa”. Tale legge, in nome di una Italia unita, doveva irrompere le fila di questa riscossa, sottacere tali fenomeni, stroncarli per far sì che anche quella parte del paese fosse in pace con il resto della nazione. Tuttavia, l’effetto che produsse fu assai disastroso e non riuscì a spegnere del tutto il fuoco che rimase a covare sotto la cenere sino ai primi del novecento, soppiantato definitivamente dal doloroso fenomeno dell’emigrazione, sia interna che verso i paesi esteri. Basti solo pensare ai diciannove commi che la legge prevedeva, per rendersi conto di come lo stato, non avendo altre possibili mezzi, rispose a questa guerra di contadini. I comma che ne costituiscono il testo recitano con parole nette e dirette di: arrestare qualsiasi vagabondo, qualsiasi persona disoccupata o senza fissa di mora, coloro che erano in odore di mafia o di brigantaggio allo scopo di rendere un paese pulito e in pace con se stesso. Nello stesso tempo, nell’entrare specificatamente al nocciolo del problema, prevedeva che chiunque potesse arrestare e consegnare i banditi o semplicemente complici di essi nelle strutture di competenza, per la maggiore anch’esse provvisorie e costituite nell’occasione per arginare tale fenomeno. Così, in una stagione di grande fermento, in un mezzogiorno teatro di sangue, sommosse dettate dalla miseria, la drammatica situazione si complicava con la presenza dello stato. Di uno stato che cercò, per ragioni ovvie, di spegnere i fuochi della discordia senza comprendere di risolvere le cause che portarono alla nascita di un vasto incendio civile e morale e al collasso di un intero tessuto sociale. Nell’arco di un triennio (1863-1865), la legge Pica, pur non risolvendo il problema, riuscì a dare un proprio effetto, tant’è che nel sud ci furono 12.000 deportati, 2.218 condannati a morte (fucilati, impiccati), 55 condannati all’ergastolo, ed in fine 83 condannati a vita in lavori forzati presso le patrie galere dell’Italia settentrionale (Portoferraio e Torino, ad esempio) e meridionale (Potenza, Lecce, Napoli, Brindisi). Vale a dire, che per risolvere un dato problema, questa legge non tenne di conto dei diritti umani, giuridici che Faucoult analizzerà in un suo rivoluzionario saggio. Opera, oggi considerata la bibbia per la disciplina e il dibattito carcerario, che trova analogie e similitudini con gli scritti di Bettlheim , il quale, in vari interventi critici parlando degli ebrei deportati nei campi di concentramento al tempo dell’olocausto, rileva come un deportato qualunque o un ribelle, latitante o meno che sia, sia affetto da una morte morale che lo spinge a sopravvivere adottando comportamenti non sempre leciti. Comportamenti che, molto spesso, se arginati da forze di stato o di potere di varia natura, per non dire soppressi, esprimono col procedere una vittoria morale e una morte fisica . Vittoria morale che fomenta la nascita del mito, come nel caso di Crocco, come nel caso letterario, ma che per essere presente, per manifestare a pieno la propria identità mitologica, necessita della morte fisica dell’individuo, ha bisogno di abbandonare il corpo dell’individuo per liberare e rendere eterno il suo pensiero.
Tornando alla legge Pica, quindi, oggi più di ieri possiamo essere consapevoli del fatto che essa abbia comportato, se pur in parte, come forza di potere, se pur involontariamente, alla costruzione
di un mito; in questo caso del mito brigante, del quale Carmine Donatelli Crocco ne rimane uno dei
capostipiti. Infatti, a ben guardare, oltre al dibattito ancora oggi presente, sull’eroicità mancata o meno di tale fenomeno o sul tale personaggio, un intero fenomeno letterario si è sviluppato attorno
a tali figure, soprattutto nel mezzogiorno d’Italia dove è sorto attorno agli anni novanta del XX secolo il nuovo genere di romanzo antropologico, i cui protagonisti sono i briganti e il brigantaggio .
Oltre alla letteratura, ai romanzi in particolare, tante altre manifestazioni culturali, come ad esempio il teatro, nell’ultimo secolo hanno arricchito il mito del brigantaggio, in particolare di Carmine Donatelli Crocco; soprattutto a partire dalla Basilicata. Manifestazioni teatrali, scritti saggistici,
dibattiti, romanzi, poesie che non solo parlano del Crocco durante gli anni del banditismo, quando sui monti del Vulture conduceva una propria battaglia da prima pro-borbonica e poi da solista , ma
soprattutto cercano di recuperare gli elementi inediti del brigante, a cominciare dalla stagione di quando prestava il servizio di soldato presso l’esercito borbonico, o del Crocco galeotto, i cui anni di prigionia lo videro costretto ai lavori forzati nel carcere di Portoferraio. Nella stessa identica misura, gruppi e cenacoli di intellettuali di varia tendenza politica, stanno costruendo associazioni e piccoli movimenti politici che si inspirano al brigantaggio meridionale, nel tentativo di evangelizzare in termini laici ed esegetici il patrimonio che nel mezzogiorno d’Italia ha lasciato in eredità la figura di Crocco e dei suoi compagni di lotta. Nella stessa Rionero e nella vicina Atella, dove Crocco nacque, ogni anno si inscenano rappresentazioni che evocano i tristi, drammatici giorni del banditismo lucano, dove tra le tante manifestazioni quella di Brindisi di Montagna resta la più nota e la più conosciuta anche nel resto della nazione. Tuttavia, solo un aspetto resta ancora da osservare all’interno della disputa: ossia come il brigantaggio non sia stato solo un fenomeno dettato da ragioni ideologiche, bensì da altre ragioni, del tipo geografiche; come quello che accadde, durante gli stessi anni, in Toscana, nella fattispecie in Maremma.
Un brigantaggio, quello maremmano, sorto per ben altre ragioni, definibili di tipo geografico, ma

che come comune denominatore ha ancora una volta la miseria. In Maremma per questioni legate alla agricoltura, in una terra dove rispetto al resto della Toscana non si era formata la mezzadria, negli anni dell’unità d’Italia contadini, pastori innescarono una serie di rivolte contro uno stato che non era capace di portare progresso e ricchezza. Venne, così, a svilupparsi un brigantaggio mosso da ragioni dettate dalla miseria, e non tanto da soprusi di potere come al sud, soprattutto da quella rurale, in una zona geografica al confine tra l’ex stato Pontificio e il Gran ducato di Toscana. Un banditismo, tuttavia, assai diverso da quello del sud, a cominciare dai presupposti politici o di natura ideologica, in questo caso del tutto assenti, e dai comportamenti che mise in atto. A differenza della ribellione meridionale, del banditismo di Carmine Crocco, il quale si protrasse per quasi tutto l’ottocento, soppiantato dall’emigrazione, quello maremmano non esplicava strategia di lotta armata, di militarismo artigianale, di militanza continua nei boschi per scopi ideologici, bensì si formò in piccoli gruppi creati solo per commettere furti nelle residenze dei più ambienti. Furti,
rapine i cui moventi erano dettati dalla povertà e dalla miseria fisica cui versavano certi esponenti
rurali della Toscana meridionale. Una miseria dovuta, come dicevo poc’anzi, a ragioni di tipo
geografico più che storiche. La maremma, di fatto, essendo stata una terra di confine viveva solo di
riflesso le migliorie del progresso, l’evoluzione storico e politica del popolo toscano e poi del resto
dell’Italia centro-settentrionale. Riflesso che creava precarietà, assenza di scolarizzazione, scarso
igiene, assenza di presidi ospedalieri e di presenze mediche. Insomma, era un contesto agricolo, uno stato di confine, lontano dagli echi del progresso e della civiltà moderna. Anche in Maremma la legge Pica riuscì a dare i suoi effetti: deportati, incarcerati, uccisi furono gran parte dei banditi e, come nel sud, furono messe le taglie nei confronti dei banditi più feroci. Tuttavia, a differenza del brigantaggio del sud, anche in maremma tale fenomeno ebbe a spegnersi, ma con molta più facilità. Se, infatti, nel sud tale fenomeno si è protratto sino ai primi del novecento, con punte minime anche negli anni quaranta del XX secolo, come nel caso dei paesi della Val Calastra in Lucania, nella Maremma e nel resto della Toscana del sud il fenomeno fu più circoscrivibile, al punto di poterlo domare e spegnere nell’arco di pochi anni. Poco tempo che però è servito, anche nel caso toscano, a costruire un mito: il mito del bandito, di colui che latita per sfamarsi. Un mito che echeggia nei versi delle canzoni popolari, nei romanzi di alcuni scrittori grossetani e senesi come il Fucini prima, il Bilenchi dopo, e tanti altri romanzieri regionalisti .

Per concludere, stando ai presupposti sinora spiegati, potremmo affermare che il brigantaggio è
sorto da sempre in stati e in terre lontane dai grandi centri, siano essi Napoli, Firenze, Roma. La distanza da certe città, da sempre capitali di una civiltà evoluta non solo politicamente, ha amplificato i fenomeni legati alla povertà e all’analfabetismo, nonché l’imbarbarimento delle coscienze. Un fenomeno drammatico, il cui ventre è ancora fecondo, pronto a risorgere e a salpare
sul carro della ribellione ogni qual volta una civiltà si approssima a vivere stagioni di grande instabilità storica e culturale.


Bibliografia generale



V. BRANCA, Il Conciliatore, Firenze, Le Monnier, 1948

S. FREUD, Opere Complete, Torino, Berringhieri, 1960

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C. LOMBROSO, Antologia lombrosiana: scritti dalle opere di Cesare Lombroso, a.c. L. FERRERIO, Pavia, Società Editore Pavese, 1962

R. BARTHES, Frammento di un dialogo amoroso, Torino, Einaudi, 1963

G. LUKACS, Il Dramma moderno, Milano, Sugar, 1967

G. LUKACS, Il Romanzo storico, Torino, Einaudi, 1970

F. MOLFESE, Storia del Brigantaggio dopo l’unità d’Italia, Milano, Feltrinelli, 1972

FAUCOULT, Sorvegliare e punire, Torino, Einaudi, 1975

B. BETTLHEIM, Sopravvivere e altri saggi, Milano, SE, 2005

C. CROCCO, Come divenni brigante: autobiografia, Bari, Adda, 2005

R. NIGRO, Giustiziateli sul Campo, Milano, Rizzoli, 2006

Da Viareggio a La Spezia


Carla quella sera anticipò di un’ora il suo arrivo sulla scena di sempre, partì da casa alle ventuno. A bivaccare e pallide in volto al calore del falò c’erano le compagne, alcune riverse sull’asfalto, altre sedute tra echi di risate, ai bordi del litorale versilgliese, sotto alberi che la sera faceva di un giallo sporco pettinati dalla brezza che giungeva dal mare. Domandò ad Elsa se la serata fosse iniziata bene e quanto avesse già guadagnato, ma la ragazza non le rispose, e rimase da sola seduta al margine del marciapiede in balia del sonno che le cuciva le ciglia, scompigliata dal vento. In pochi istanti il buio scese come cenere divorando, quasi come acqua scura, la strada maestra. La notte – pensò, in un lampo d’introspezione – per chi vive in strada e come il giorno, un tempo infinito in cui si perde ogni dignità e il proprio essere si frantuma come un bicchiere di cristallo. Da qualche tempo, infatti, ella non si sentiva più donna, ma un manichino immobile nella sua rabbia in attesa che qualcuno – un’anima buona?- facesse di lei la regina del sesso, soffocando tra le gambe il tormento di sempre. Si accorse, balzando dalla meditazione alla realtà, che il viale era coperto di foglie, come appena nevicato, una coltre scheletrica e marrone che le faceva male procurandole solitudine, come una morsa d’acciaio ai polpacci. Le compagne si dileguarono lungo la pineta in compagnia di clienti e salutandola col gesto della mano ridevano senza una ragione. Solo Bianca, ubriaca come sempre per alleviare il dolore delle botte di Alì, rimase con lei ed alzandosi annusava un po’ di notte ricadendo su se stessa in una caduta senza parole. Allora Carla, vedendo l’amica in difficoltà, le domandò qualcosa, forse le chiese di Peggy, l’altra compagna, ammazzata in un atto d’intimità. Un cliente si soffermò, i fari della macchina recisero il buio del manto stradale, e la voce dell’uomo disse: “Quanto vuoi”? Carla non rispose e, contando i suoi passi come un poeta fa con le sillabe, tornò al falò dando le spalle alla notte e il volto alla fiamma. Il fuoco che bruciava cartacce, copertoni, sottili rami trovati lì per lì, destava in lei una riflessione profonda. Le faceva pensare a Pablo, il suo uomo, per non dire il magnaccia che da qualche tempo la costringeva a vendersi. Pablo, sin dal primo giorno, la costrinse a prostituirsi, in cambio di un falso amore, tanto per spezzare quel senso di solitudine, come si fa col vino mischiandolo con l’acqua. Lei amava profondamente Pablo, consapevole di non essere ricambiata, ma le andava bene così. Sin da ragazza le avevano insegnato che le cose hanno un prezzo e che non tutte siano ripagate con il giusto valore. La storia con Pablo era triste, ma lei non sapeva cambiarla, né sapeva come finirla. Aveva sposato l’uomo che era ancora una bambina, una semplice ragazza della lucchesia interna, da sempre abituata a stare nei campi e a non concedersi al mondo. Solo se fosse stata madre non gli avrebbe concesso quest’amore, questo sopruso: perché se fosse stata madre – cosa che non poteva essere, perché le prostitute sarebbero inseguite dai loro magnaccia come i cinghiali dai cacciatori di frodo – avrebbe dato un senso alla vita del piccolo. Spesso, anche se facciamo finta di non sapere, dare un senso alla nostra esistenza equivale a darne ad un’altra, a quella del nostro simile che continuamente s’incontra a seconda dello scambio della coincidenza. Persino la città, come del resto la sua vita, le sembrava una prigione dal perimetro incerto, sfuocato che la notte bagnava d’umidità e da una spenta allegria. Credeva, stanca della sua vita, d’essere un pollo rinchiuso nel canestro del pollaio in attesa della libertà. Sentiva smarrirsi, perdersi in un labirinto di strazianti ricordi, di viaggi percorsi a ritroso, in un rigurgito di stomaco. Si mise a cantare, tanto per ammazzare l’attesa, in un sommesso mugolio che la luce della fiamma sembrava incalzare dando risalto alla mimica del volto. Cantava e nel cantare sembrava ritrovarsi, naufraga da mille pensieri, anche se consapevole d’essersi sommersa a picco con la prua della propria vita. Nel frangente arrivò Barbara, congedatasi dal cliente, imbellettata come un albero di natale. “A Ba’, come te sei conciata stasera”- le disse. La ragazza non le rispose, e la semplice constatazione si spense nel buio come un grido laceratosi nel vento. Riprese a cantare il solito motivetto, l’aria sopra la quale ogni notte cuciva delle parole nuove.
Un’automobile sfrecciò verso di lei, a fari spenti. Pensò che tra le tante, forse, sarebbe stata la prescelta. Il finestrino si ripiegò su se stesso, come un foglio di carta, e il volto del cliente emerse illuminato dalla luce dell’abitacolo: “Vengo”- disse lei- e dintorno tornò a farsi silenzio. Salì a bordo dell’auto senza fare cenno alle amiche in attesa. La macchina senza colore – così le sembrò un istante prima – se la portò via senza esitazione, senza rumore, come una fredda lama nell’addome di una vittima qualsiasi, all’altezza delle reni, col pretesto di vederne presto il sangue e di gustarne l’odore. Antonia vide nel chiaroscuro della strada allontanarsi l’auto, neppure un cenno con la mano, qualcosa che lasciasse presagire un “arrivederci”, che tutto scomparve: lasciandosi dietro solo i fumi notturni. L’uomo alla guida parve muto alla ragazza, che, nonostante fosse salita, avesse risposto alla sua voce, non riusciva a vederne il volto. Pensò che in quell’auto, nell’ora tarda della notte, la sua vita fosse in procinto di arrivare al capolinea, come successe a Peggy, qualche sera prima. Tutto sembrava strano, a cominciare dalla strada che l’uomo intraprese. Di solito i clienti non si allontanavano di tanto, al massimo potevano arrivare a Torre del Lago, mentre l’uomo che stava alla guida aveva sorpassato di gran lunga Viareggio e stava dirigendosi verso l’alta Versilia. L’auto si lasciava dietro alle spalle la darsena, la pineta, e, costeggiando il mare, cercava di procedere verso una meta inedita. Carla era come inchiodata alla tappezzeria grigia dell’automobile e con lo sguardo cercava il volto dell’uomo silenzioso, mentre frugava nella borsetta in cerca di qualcosa che le sarebbe servito qualora l’uomo avesse fatto violenza. La notte disegnava ombre strane sull’asfalto che l’auto divorava procedendo la corsa, e le luci dei lampioni sobbalzavano a ritroso nell’abitacolo, sospesi in un’atmosfera d’imbarazzante silenzio. “Come ti chiami”? - le chiese Carla, ma non ci fu risposta. L’uomo di colpo rallentò, rientrando nello spiazzo di un’autogrill, e privo di gentilezza chiese alla donna se volesse un caffè, vista l’ora. Carla gli rispose di si: “resta in macchina, te lo porto io”- le disse lui. Con gli occhi lei guardava il piazzale vuoto, il deserto che si faceva dintorno rotto solo dal rumore dei camion in corsa. Una piazza per metà coperta da lamiere di latta, sotto le quali c’erano le pompe del distributore, e per metà buia. Nel chiaroscuro, a distanza di circa duecento metri da lei, intravide una cabina del telefono e con foga si diresse per avvertire Pablo che tutto procedeva bene. Lentamente compose il numero sulla tastiera, ma appena l’uomo rispose di là dalla cornetta la comunicazione s’interruppe. Vide, infatti, con la coda dell’occhio una forbice recidere il filo e il telefono ammutolirsi. Si voltò, lo sconosciuto, che poco prima l’aveva caricata a bordo della sua auto, era lì, davanti a lei, con il bicchiere del caffè fumante e un paio di forbici. Non ci furono spiegazioni sul perché del gesto, lei rimase in attesa, a bersi il caffè, nel blu elettrico che illuminava la cabina. Subito dopo, trascinata con violenza, ripresero il viaggio. Carla ignorava dove fossero, in che parte della Versilia si trovassero, ma ben presto si accorse che stavano salendo verso le Apuane e che il bianco del marmo sporcava il buio della notte rendendolo pallido.

Pablo, dopo aver risposto, vagava per l’appartamento. Si era legato ben in vita la cintura della giacca da camera e passeggiando mentre stava a fischiettare, con in mano un bicchiere di rum, pensava a Carla, sul perché la comunicazione si fosse interrotta così bruscamente. La casa era in ordine e sotto la luce dei lampadari emergeva in tutta la sua solitudine. Ritornando in camera da letto, si accese una sigaretta e il fiotto di fumo smorzò il sapore del rum appena gustato. Quieto come mai si mise ad osservare la toeletta di Carla, il piano di marmo con lo specchio in cui lei, prima di uscire per fare la vita, si conciava come un attore prima della scena. Il marmo rifletteva di una luce strana e un soffio di lucore verde gli accecò gli occhi per un solo istante. Vide così l’ordine consueto che ella da sempre predisponeva alle sue cose, le boccette dei trucchi posate sul piano, le parrucche lasciate a riposare nell'attesa di una prossima occasione. Ma tornò sui suoi passi, verso il letto, pronto a riaddormentarsi dopo una breve pausa.

Fuori si faceva chiaro, l’alba invadeva ogni angolo del creato da un giallo opaco, e Carla vedeva ora, sempre seduta nell’auto, le Apuane farsi bianche, Seravezza grigia nella sua umile bellezza, per qualche istante prima di riscendere verso La Spezia. La strada scendeva secondo la collina alternandosi in discese e salite, sino ad arrivare di nuovo a valle dove, parallela e orizzontale, costeggiava il mare, sotto un cielo sempre più azzurro. L’abitacolo dell’auto era illuminato dai teneri raggi del sole, e tra i sedili e il cruscotto un vortice di polvere sembrava fuggire verso il vetro anteriore. Faceva caldo. Carla decise di togliersi la giacchetta di lana e la sciarpa beige, al punto di rimanere seminuda con addosso solo una maglietta scollacciata all’altezza del seno. Riprese così a naufragare nei soliti interrogativi, a pensare alle compagne di vita che, vista l’ora, si ritiravano nei loro rifugi, e come un lampo le ritornarono in mente tante cose. Ricordò, cadendo con lo sguardo su di un calendario che l’uomo teneva appeso al cruscotto, che proprio in quel giorno, a distanza di quasi un anno, era l’anniversario del suo matrimonio con Pablo. Un’unione senza limiti, dalla quale l’unico frutto avuto fu scaricato nella tazza del water, di un anonimo vespasiano trovato per caso. Una maternità non voluta ma alla quale si era legata e che a forza fu respinta dall’uomo con violenza, al punto d’essere spenta nell’egoismo più sfrenato, tra l’acqua gialla d’orina nell’imbuto bianco e l’eresia della bestemmia. Ma chi era colui che stava alla guida dell’auto? Cosa voleva da lei? Mentre era in preda a domande senza una risposta, le apparve La Spezia; cristallina e pallida nello spazio silenzioso del mattino. Le apparve come una città nuova, un mondo quasi senza dolore, dove l’alba e il tramonto si alternano senza scompigliarne la bellezza dei dintorni. L’uomo finalmente parlò. Disse che il suo nome era Felice e che da circa un anno le faceva la corte. Aveva uno studio a Forte dei Marmi, un gabinetto notarile del quale era proprietario. Costui era solo, non aveva né moglie né figli, e le sole persone che riusciva ad avere un rapporto umano erano i clienti, amicizie che si limitavano allo scambio di battute e a discussioni sul presente durante le pause d’ufficio. In pochi istanti le confessò il suo amore, il corteggiamento lungo un anno, gli inseguimenti notturni, gli slanci d’umore, le gioie e le frustrazioni. Felice era al corrente di tutto sulla vita di Carla, persino dell’aborto clandestino. Il figlio che lei un anno prima stava aspettando non era di Pablo, ma suo. Era follemente innamorato, al punto di farle una promessa di matrimonio in cambio, qualora lei non avesse ricambiato l’amore, di una vita agevole, degna di una donna della sua intelligenza. Carla era frastornata, ma pronta a dire sì. Sul lungo mare si respirava un’aria domenicale, i ragazzi si divertivano a giocare tra loro, e dolci aquiloni volavano tra il cielo e il mare. I due si baciarono, s'intrecciarono, si scoprirono a vicenda nei loro corpi, in un confronto passionale sino a quando Felice non la penetrò, nell’idea discreta di darle un figlio. Carla ora si sentiva donna e gli parve di dimenticarsi di tutto: di Pablo, delle compagne, di Viareggio, della sua vita passata. Per lei adesso iniziava una stagione nuova, forse una redenzione. L’uomo, con la stessa delicatezza, con la solita bramosia, usci da lei lasciandosi cullare dall’idea d'averle nascosto nel ventre un seme, d'averle fatto dono di un legame, di una ragione intramontabile, che questa volta avrebbe decretato per la ragazza un cambio di rotta. Tutto adesso tornava, ma fu questione di pochi istanti: un’auto sopraggiungendo dal lato sinistro della strada venne a schiantarsi contro di loro. Il rombo lacerò ogni progetto, incrinò il cielo sopra la loro auto, entrando dal vetro posteriore oramai in frantumi. Nell’abitacolo tra gli schizzi di sangue e frammenti di vetro qualcuno avrà intravisto i loro corpi immobili, pallidi, la loro vita innalzarsi verticalmente in una fuga silenziosa. Avrà sicuramente visto Felice abbandonarsi dopo una lotta di pochi istanti, e avrà visto Carla, supina con il volto misterioso, confondersi tra la luce nel rosso dolore del suo ventre squarciato.









La resa dei conti



L’auto di Elisa arrivò a tutta velocità in Piazza Alighieri e il rombo del motore sembrò in pochi istanti divorarne l’asfalto. Non ci voleva tanto a capire che Elisa avesse fretta, tanto che persino i vecchi seduti sulle panchine, all’ombra dei loro cappelli, si voltarono al sopraggiungere dell’auto che si fermò dopo una brusca frenata. Aprì lo sportello e il paese le apparve in tutta la sua umiltà. Un raggio di luce, che come un cono dal vetro posteriore si proiettava sul davanti dell’abitacolo, le lambiva le gambe. Poco dopo essere scesa suonò il cellulare ma non rispose e con impegno cercò di aprire la bauliera per scaricare i bagagli. Non aveva fatto un buon viaggio, sulla strada aveva trovato mal tempo. Aveva lasciato Firenze all’alba, o subito dopo, sotto un cielo pesto di nubi e adesso al paese minacciava di piovere. Un vento gelido le lambiva la schiena rendendola nervosa e intrattabile. Appena varcata la soglia di casa, dell’umile appartamento che usava solo durante il mese d'agosto, fu imprigionata da un sentimento apatico, dovuto probabilmente alla polvere che invadeva l’intero vano mettendolo in soqquadro. Il cellulare suonò di nuovo ma lei preferì aprire le imposte e non rispondere, preferì fare entrare un po’ di luce che le consentisse di vedere meglio, di spazzare il pavimento e di togliere i lenzuoli dai mobili. Ora tutto le sembrava diverso, e la luce sembrava dilagare sulle pareti grigie regalandole istanti di felicità incondizionata. Rispose al cellulare che squillava illuminando il display.
“Pronto Tony, dove ti trovi? Non mi dirai che sei sempre a Pisa?! Si, sono al paese, sono arrivata da circa un’ora. No, Gianni e Clara non ci sono ancora, è probabile che siano ancora a Bitonto. Ma tu quando pensi di arrivare? Tra un paio d’ore. Bhé, allora ci vediamo al bar in piazza, va Bene?Ok, a dopo”.
Dalla cucina sentiva le voci che sotto il balcone sembravano alternarsi come note di fisarmonica. L’unica cosa che riuscì a comprendere erano le parole delle vicine che s'interrogavano sul perché si trovasse al paese fuori stagione. Ma poco le importava dei chiaccherecci della gente, l’unica cosa che le stava a cuore era porre fine a questa storia, dare un epilogo a questi legami e ricomporre i pezzi della sua vita che, come un vetro caduto a causa del vento, era precipitata infrangendosi. Mentre stava a pensare e i ricordi le frullavano in testa a ritmo di cancan, sentì bussare ed essere chiamata da una voce femminile. Aprendo la porta le si spalancò la strada e comparve Clara con i bagagli in mano.
“Ah, sei tu credevo fosse Giacomo”.
“No, Giacomo ha fatto sapere a Gianni che non viene”.
“Come non viene!”
“No, sembra abbia paura della sfida e così a rinunciato”.
“Allora sai cosa facciamo, aspettiamo che gli altri arrivano e andiamo a Frosinone a stanarlo da casa a quell’ebete. Paura! Che coglione”.
“Scusa Elisa, ma non credo sia plausibile, in fondo la resa dei conti potremmo giocarcela tra noi …. Che ne diresti nel frattempo di prenderci un caffè?”
“Volentieri, ma non so dove sia la macchinetta… e poi qua è tutto in disordine…”
“Si va al bar, che ce ne importa”.
Al bancone, perduto tra bibite fumanti e qualche rozza bestemmia, trovarono Gianni, fratello a Clara, che per ingannare il tempo si era fermato a bere un bicchiere d’acqua e a sorseggiare un dito di cordial. Elisa, irresistibile come al solito, con i capelli liberi sulle spalle, salutò l’amico in modo ambiguo, con distacco, come una diva di hollywood. Gianni disse che faceva freddo e che il maltempo imperversava da giorni nel sud causando frane e smottamenti, tanto che dalla Puglia per arrivare al paese ci aveva messo tre ore, costretto a passare dalla Brindisi – Lecce, in quel paesaggio sempre uguale fatto d'olivi e di pianure rocciose. Un paesaggio che gli sembrava infinito e che muta solo nel varcare il confine regionale: dove avanzano le montagne scabre, le nude collinette, il bianco dei calanchi, gli accenti pronunciati dei baratri profondi, come fosse un altro pianeta molto simile alla luna. Ad interrompere il discorso, che aveva preso i colori di una locuzione filosofica sullo sguardo, del tipo che differenza passa tra lo sguardo e il vedere, fu l’arrivo di Tony, che si era macinato più di settecento chilometri. Ironia della sorte, anche lui volle fare una cronaca del viaggio. Cominciò a parlare di Pisa, dell’incidente che aveva trovato a Magliano Sabina, della ragazza giapponese che aveva sedotto all’autogrill con la quale si era scambiato il numero del mobile e l’indirizzo elettronico. A differenza di Gianni era meno filosofico, sembrava parlare in modo concitato, fregandosene della retorica e di certe puttanate sul paesaggio appulo-lucano. Clara ed Elisa erano uscite sulla piazza e il vento regalava loro un’emozione sempre più forte, che rendeva più dolce l’attesa di una notte da vertigini. A Clara squillò il cellulare. Era Giacomo che si era deciso ad arrivare: ”Sono alle taverne, tra dieci minuti al bar”- disse frettoloso.

Elisa era in auto con Clara e Gianni, mentre Giacomo era con Tony. Guidando Gianni, Elisa, seduta sul sedile posteriore, prese occasione di guardare il paesaggio che sfumava in una corsa a ritroso, come un vortice di voci e di luci divorato dai pneumatici dell’auto in cammino. Secondo un primo itinerario, deciso lì per lì, stavano dirigendosi verso sud. La notte sembrava rendere il paesaggio vivido, tutto uguale, coprire lo squallore delle colline brulle che la strada costeggiava. Ogni tanto le destavano la vista i bagliori dei villaggi arroccati, come laghi di luci in un deserto di buio e sfiducia. Clara confabulava col fratello e lei era sempre più rapita dallo stupore della notte, dall’odore del paesaggio dormiente che vedeva correrle in dietro. I suoi occhi passarono in rassegna una dozzina di villaggi, quando l’auto frenò. Siamo arrivati – disse Gianni. Ma Elisa non capiva, riusciva a vedere solo il buio e nient’altro. In realtà, e questo lo percepì subito dopo, erano arrivati a Craco, il paese disabitato. Erano giunti in quel labirinto di case invase dalle tenebre, su quella spoglia collina, dove il paese sembra dormire dopo che una frana ne interruppe la vita. Tony e Giacomo aspettavano loro sulla balaustra del castello discutendo dalle voci rotte. Una tappa questa senza senso, ma che in realtà era l’ambientazione per la prima scena di un film doloroso. Di un racconto concitato e drammatico, in cui loro erano i protagonisti. Un romanzetto d’appendice, ma non per questo indolore, in cui i personaggi erano legati da un destino infelice e insolito, dove sia i tre maschi sia le due femmine sembravano essere una stessa persona, l’antagonista dell’altro, e dove, in modo assai inusuale, si amavano dando vita ad una storia a sei. Infatti, Giacomo amava Elisa, lei amava Tony e lui i due fratelli di Bitonto, pur non sdegnando le avance e le seduzioni degli altri amici. Sentimenti che contrastavano tra loro, che non lasciavano presagire via di scampo, che strozzavano le loro esistenze come il collo di un imbuto fa al vino quando è travasato in una bottiglia.
La strada sembrava salire nel biancore della luna, e la luce notturna macchiava il selciato di scale come zucchero sul miele. Craco, dormiente come sempre, sembrava muto sulle proprie rovine, in cui persino i muri restavano muti celando un passato lontano. Il villaggio era ai loro occhi un labirinto di rovine, di pietre sconnesse, di polvere, di speroni contorti, quasi come in una rappresentazione pittorica di De Chirico. Non ci volle molto a comprendere che quel posto non poteva essere il luogo per la loro resa, per l’epilogo sperato. Decisero così di risalire in auto e di ritornare sui propri passi. Ripercorsero di nuovo la strada dell’Agri, dirigendosi verso Stigliano, Gorgoglione, quindi Brindisi di montagna. Elisa ora guardava da dietro lo specchio retrovisore, la luna riflettere i calanchi d'Aliano che l’auto lasciava alle sue spalle. Decisero di sostare a Brindisi. Il villaggio illuminato da un flebile bagliore sembrava accoglierli in silenzio. Tony scese dall’auto, spense la sigaretta sotto la scarpa, e in compagnia di Giacomo iniziò a ridere senza motivo, cercando nella quiete un luogo dove poter orinare in santa pace. Ad interromperlo, non so se per piacere o per pudore, furono i passi di Elisa che lo sorpresero senza un motivo apparente. Tony, che sino ad ora si era comportato bene senza farsi prendere dalla serata, l’afferrò con violenza e mettendola con le spalle al muro cominciò a morderle i seni, facendosi spazio tra le gambe di lei, cercando di penetrarla senza esitazione. Elisa, che nel frattempo si copriva il volto con le mani, ospitava l’amico che, esausto dal coito, non si decideva ad abbandonarla. Poco dopo l’auto di Gianni prese la strada per Melfi. Ora il paesaggio era più lineare, si faceva sgombro dalle colline, sparso tra oliveti, dove anche l’orizzonte si faceva più basso e gentile, perso nello scuro di una notte infinita. Decisero di scendere di nuovo e davanti al castello di Lagopesole, nella piazza antistante, di riprendere fiato. Accesero delle fiaccole e qualche istante dopo si distesero ad osservare quel cielo stellato, gli uni vicini agli altri, cercandosi i corpi dando sfogo ad un desiderio d’affetto e di sesso implacabile, che non riusciva a limitarsi a qualche abbraccio. Tutto sembrava loro lontano, persino Firenze, Pisa, Bitonto, Frosinone e la puttana della Ma… Erano soli, consapevoli d’esserlo, soli al centro di un universo infinito.
La resa dei conti, che con tutta probabilità doveva avere come ultimo atto, un epilogo senza colori, non poteva essere uno scherzo, e non lo doveva essere. Decisero allora di lasciare questi luoghi, di oltrepassare i confini territoriali, di tornare sulla terra come fossero degli astronauti reduci da un viaggio lunare. La meta decisa, l’ambientazione per l’ultimo atto, il ciack conclusivo, era ora la Toscana. La terra benedetta da Dio, dalle verdi colline, dalle valli in fiore, dove tutto diventa una folata di ardore adolescenziale, un pretesto qualunque per fare arte. Secondo l’itinerario il loro film doveva finire a San Rossore, alle porte della Versilia, in quella parte del pisano in cui tutto si riassume in pochi sguardi, come linee gentili di un volto ritratto, nel vuoto di un momento. L’autostrada sembrava libera, un continuo fluire d’autotreni lanciati nello spazio, che loro sorpassavano con velocità decisa, in un tunnel di luci intermittenti tra gallerie e distributori di benzina. Arrivati all’altezza di Chiusi-Chianciano Terme li sorprese l’alba. I bervi raggi di sole illuminavano timidamente le verdi colline, il susseguirsi di campi arati da un ordine geometrico di millenaria tradizione. Un paesaggio inedito, diverso da quello lasciato, che mutava in continuazione, almeno sino a Migliarino, dove Tony scese per una birra ad un chiostro sul litorale. Uscito dal bar, sotto il portico di canniccio, raggiunse il gruppo diretto verso la pineta di Torre del Lago. In quel tratto poco lungi, dove il Serchio si mescola col Tirreno, tra la brezza e l’emozione stava per concludersi il loro film. L’ultimo atto. Il giorno man mano si faceva maturo, l’azzurro lambiva il cielo, lo spazio delimitato dagli alberi, illuminando il mare, la spiaggia dalle barche capovolte sulla riva. Assorta nei suoi pensieri Elisa si voltò, sentendo il rombo di uno sparo, e vide Giacomo col sangue alla bocca riverso su di una barca capovolta che gli faceva da sepoltura. Tony impugnava una pisola, la stessa che pochi istanti dopo uccise Clara e poi Gianni. Capì che quello era l’ultimo atto, l’epilogo voluto per interrompere quello strano rapporto, ma furono frazioni di un momento. Tony con il coccio della bottiglia di birra si diresse verso di lei e, con la stessa violenza della notte prima, la prese dalle spalle minacciandola alla gola. Sentì forse qualcosa, Elisa. Qualcosa di indefinito, simile a un congedo del quale non sappiamo misurarne la durata. Poco dopo era morta in un lago di sangue. Sotto quel cielo la morte era qualcosa di normale, una lucida espressione della vita che si interrompe. Tony solo attorno ai cadaveri dei compagni si puntò la pistola alla tempia. Uno sparo che lacerò il silenzio, lo spazio di un mattino e nulla più. Uno sparo deciso, indolore e poi un urlo, l’urlo di chi si sta svegliando da un incubo. Elisa sei tu? Ma come non sei morta? No, tu sei viva, hai solo vissuto ciò che probabilmente vorresti vivere…




La banda dei fiammiferi


Non saprei dirvi con certezza – s’intende, l’ignoranza è gratuita sempre – se ciò che si definisce cronaca necessita per forza d’essere scritta. Certo, avete perfettamente ragione – chi di noi è in torto, quello sono io -, una cronaca il più delle volte è scritta. Mi spiace smentirvi, ma devo farlo: in questo caso nessuno ha scritto nulla, si tratta di un evento mai riportato sui giornali ma solo sulla bocca dei beceri, del popolino che improvvisa sempre teatrini di poco conto, almeno per quanto ne sappia. E non perché l’accaduto non sia degno della penna di un giornalista o di un free- lance, ma semplicemente, almeno credo sia questa la spiegazione, è rimasta una storia dimenticata. Secondo quanto mi hanno raccontato, l’incipit di questa cronaca ha inizio una sera, sull’ora di cena.
Tommaso, detto da tutti in paese Tummasì, era seduto davanti al fuoco, in cucina. Era solo. Sua madre, donna Matilde, si era coricata poco prima, dopo aver spazzato il pavimento, rigovernato, scosso la tuaglia . La stanza era buia e la luce della fiamma la illuminava di un rosso tenue, sottile che donava conforto e calore. Il fuoco piaceva al ragazzo così tanto che lo spronava a riflettere, a meditare tante cose sulla sua vita e su quella degli altri. Tommaso era un ragazzo sveglio, di un’intelligenza contadina, tutta scarpe e cervello fino, nonostante avesse conseguito solo la seconda elementare.
Spesso, davanti al fuoco ci restava ore. Il fuoco, soprattutto per una questione geografica, è da sempre al centro della quotidianità in certi paesi. Il più delle volte è un punto di ritrovo, intorno al quale si parla, si litiga, si ama, si scambiano l’effusioni sentimentali, si contano – nel caso esista un passato su qualcosa – gli amori perduti, le coincidenze perse, gli assenti. Attorno al calore della fiamma piace credere si sia riscaldato, tra ironismi, massime e speculazioni filosofiche, Giacinto Albini , Bartolomeo D’Amico , oppure i briganti nelle grotte, nell’ora in cui discorrevano del proprio tempo e delle battaglie, mentre assorti contavano i caduti sul campo.
Nel silenzio della cucina ora Tommasino pensava. Era assorto nei suoi pensieri e il pensare gli faceva compagnia. Dalle finestre penetravano le voci della gente che per strada passeggiava. Il silenzio sembrava invadere ogni cosa e l’unico modo per non sentire la solitudine era riflettere. La luce del cacciafumo , sottile come riccioli di rame, colorava le pareti di rosso e nella penombra l’unico cenno di vita, oltre le voci di fuori, era il respiro della madre che dormiva. A sorprendere Tommaso davanti al fuoco fu l’arrivo di Gennarino, il suo amico, che venne a chiamarlo invitandolo ad una festa a casa di Rocco.
“Na’ festa? Non ne saccio niente, di sta’festa”, “Una festa? Non so niente, di questa festa” – disse all’amico.
“ Sì, è ddu a’Rocco. E’ tornato u’ ziano d’America e accussì…Dai vistit che jammo”, “ Sì è da Rocco. E’ tornato suo zio dall’america e così… dai vestiti che andiamo”.

Fuori nevicava. Una coltre di neve, che superava il metro, rendeva il paese diverso, silenzioso e dormiente. Il bianco luccicava sotto un cielo di nubi e nel buio l’aria era limpida e pungente. I due ragazzi ora si inoltrarono verso la piazza del paese con l’intenzione di chiamare anche Antonio, l’altro amichetto, e in seguito Michelino, il più piccolo della compagnia. Arrivati sotto casa di Rocco, sotto le scale che portavano all’appartamento, sentirono le voci animare il vicolo, gli echi delle risate cozzare col silenzio della strada, l’ebrezza dello svago. Michelino chiamò il compagno più volte, ma a causa del rumore l’amico non rispose. Nonostante facesse freddo, avesse nevicato per tutto il pomeriggio e la notte precedente, i ragazzi volevano ugualmente uscire, ritrovarsi com'era loro solito. Erano un bel gruppo, o meglio una banda come li chiamavano al paese: “la banda dei fiammiferi”. Soprannominati così per la loro passione di accendere falò ovunque si trovassero. Una passione tanto pronunciata da rasentare il misticismo espressivo di una tipica vocazione celestiale. Accendere fuochi, vederne divampare la fiamma, regalava loro un senso di serena armonia col mondo, con il creato che dicesi – tanto per mettere in dubbio l’esistenza o meno di un essere superiore – li metteva a contatto con Dio. Il loro santo preferito, del quale sapevano tutto da fare invidia agli agiografi più scaltri, era Sant’Antonio, il protettore del fuoco.
Rocco, forse per il rumore della festa, non riusciva a sentire la voce dei compagni, così Michelino decise di salire le scale e bussare alla porta di casa. La casa di Rocco era una di quelle tipiche abitazioni lucane, bassa e dai muri appena ricoperti di calcina grezza, dove all’esterno si pronunciava una rampa di scale che metteva in comunicazione la casa con il vicolo. La piccola mano bussò alla porta e venne ad aprire la madre del ragazzo che si apprestò a chiamarlo, avvertendolo della presenza dei compagni. Ora il gruppo era al completo e poteva inoltrarsi per le strade semivuote e bianche mettendo timore agli adulti per le marachelle. Salendo verso la piazza, passando dalla periferia, dove una striscia di case delimita l’abitato dalla campagna, il paese comparve loro quasi dormiente. Sembrava essere dipinto sotto un cielo scuro e pesto che solo il bianco delle strade, riflettendosi, rendeva ancora più minaccioso. Sui tetti delle case cadeva una nebbia leggera e in lontananza, forse dal fondo delle campagne, si sentivano dei latrati. Sotto le romanelle dei cornicioni, i nidi delle rondini erano aperti e ricoperti di neve e solo qualche pettirosso svolazzava sfidando il vento e la nebbia. Le case, una sopra l’altra, formando a gradi una corona infinita, salivano sino all’estremità del Siri in un susseguirsi di vicoli e archi come note di una melodia per violino. Salendo sino alla piazza, per strada i ragazzi non avevano incontrato nessuno: tutto sembrava dormire da giorni. Gli asini, custoditi nelle loro mangiatoie, dietro logore tavole da lavoro, inchiodate per delimitare la stalla dalla strada, s’affacciavano col muso annusando, tra il silenzio, la sera invernale. Dicono che fosse – almeno secondo il calendario – la notte dell’epifania, giorno in cui, secondo le dicerie di paese, gli animali si mettono a parlare dando inizio ad un concerto di sole parole che, solo chi ha la sensibilità d’ascoltarle, somiglia ad un'esibizione di mille ottoni stonati.
“A’mma fen quaccosa ppa’beffana”, “Dobbiamo fare qualcosa per l’epifania” - disse, pronunciando un timido sorriso, Tommaso.
“E cosa a’mma fa?”, “E cosa dobbiamo fare” - gli rispose Michelino.
“Tanto solo u carvone ci porta. Per adesso appicerrei u’fuoco”, “Tanto solo carbone ci porta, per adesso accenderei un falò” - rimproverò con un certo carisma ai due amichetti, Gennarino.
Detto fatto. D’altronde come bene si dice tutto ha inizio dal verbo, e il verbo è azione. Tommasino, a sua volta, chiese chi di loro tenesse in tasca la scatola dei fiammiferi e Rocco si precipitò verso valle in cerca della legna, sparendo nel nulla in una ripida discesa di scale. Poco dopo, all’argo del corso principale, che a forma d’imbuto collega Piazza Dante Alighieri con la piazzetta, un fuoco di rami divampava minacciando di luce il buio dintorno. Adesso, dopo la fatica nell’aver cercato la legna e dopo l’ebrezza della bramosia nel veder prendere alito la fiamma, i ragazzi si erano messi intorno al falò in semicerchio, discorrendo delle loro avvincenti imprese. No!, nulla c’entrano i cavalieri, l’armi e gli amori, perché le loro imprese, se pur valenti nella loro lirica epica, si limitavano a qualche burla o infuocato gioco infantile, tipo il lancio dei bottoni contro il muro, o, ancor più eroiche, aver tolto il cappello ad un vecchio o aver risposto male ad un contadino di ritorno dalla campagna. Burle, insomma, o pure dette ciognarie ,secondo il vernacolo del luogo. A Michelino venne fame e chiese ai compagni se potevano accompagnarlo al forno, visto che del falò non rimaneva che dei carboni ardenti e nulla più. Vista l’ora, che Gennarino costatò, secondo il suo modo d’osservare la luce lunare, decisero di seguirlo e dietro di lui si diressero verso il forno, a pochi passi da lì. Appena varcati la soglia si trovarono davanti all’ennesima sfuriata del fornaio, che concitato, per non dire inferocito, rivolgendosi alla moglie e alle figlie presti, Angelina e Rosa, fregandosene dei clienti, rimproverava il fatto di come donna Lisa, la corletana, fosse riuscita ancora una volta ad entrare in bottega a porte chiuse fregandosi la vreia .
“Quella schifosa, purcaria, na’ta vota se fottuta a’vreia”, “quella schifosa, porcheria, un'altra volta si è fregata la brace” - diceva a voce alta.
Il ragazzo cercò di farsi strada nella ressa della bottega senza timidezza né, tantomeno, senza il minimo timore nei confronti dell’uomo che sbraitava inferocito. Le donne in attesa riconobbero Michelino e lo fecero passare avanti senza esitazione, tormentando tra le mani, forse per ingannare il tempo, i timbri di famiglia . Michelino allungò così l’esile mano per prendere la focaccia appena sformata regalando, ad Angelina che stava alla cassa, un fico secco, il trofeo che poco prima aveva vinto al gioco dei bottoni. Si trovavano di nuovo in strada a pensare come finire la serata prima di coricarsi nel calore delle lenzuola lavate in acqua di fiume. Tommasino per ingannare il silenzio e la noia si mise a cantare e in coro i compagni lo seguirono dando vita ad un concerto stonato: Vierno che freddo dinta stu’core/ vierno e chiove chiove a na’ semmana. Decisero così di ritirarsi in una taverna dove avrebbero potuto sfidarsi a carte e bevuto vino, fumandoci sopra un sigaro toscano. Tommasino spesso ricorreva col pensiero a sua madre, da tempo malata e sola. Suo padre era morto in giugno e da allora donna Matilde sembrava spegnersi giorno dopo giorno. Sembrava cadere in un baratro senza la possibilità di salvarsi. Ogni giorno il corpo di quella donna solare ed energica sembrava impallidire, farsi piccolo, e a Tommaso non restava che assistere l’evoluzione della malattia che, secondo quanto mi hanno raccontato, neppure il medico condotto riusciva a diagnosticare. Su di lui gravavano ora un sacco d'incombenze, a cominciare dalla cura delle capre che ogni giorno dovevano essere portate a riva del fiume a pascolare. Poi c’era il problema delle vacche, anche se erano solo due, e dei cani, dei maiali, del grano da mietere nel mese di agosto, delle braccianti da pagare, delle spigolatrici che offrivano la loro prestazione pure in tempo di vendemmia. Poi la casa in paese. La piccola casetta dove viveva con sua madre da pulire, da tenere in ordine, dove mai mancava da lavorare. Ogni giorno il medico condotto faceva visita a donna Matilde, ogni giorno per Tommasino era un giorno di fatica. Il medico, pace all’anima sua, pretendeva che in casa, soprattutto in camera, ci fosse pulizia che, come era solito affermare, secondo lui era il principio della guarigione. Certo, il principio della guarigione! Parlava bene il dottore; lui che era sempre allegro nel suo abito di velluto nero, con le mani nel panciotto e col servetto sempre dietro a porgergli la borsetta da lavoro. Ma per Tommaso la vita era ben altra cosa. Sin da bambino aveva vissuto nella povertà, nel dolore in cerca di quel riscatto sociale che sempre si attardava a realizzarsi. E, allora, aveva ragione se a sera si concedeva alle scorribande con gli amici, o durante le feste comandate. Aveva ragione su tutto quello che faceva, povero cristo. A chi la vita a regalato cavci sup u’muss , in qualche modo deve difendersi, trovare una via di fuga che ne sdrammatizzi la tragedia. E per Tommasino sdrammatizzare ciò che gli stava succedendo era proprio questo: andare con gli amici e fare baldoria, accendere in nome di Sant’Antonio fuochi ovunque, maledire il cielo, fare il filo a qualche ragazza nei timidi pomeriggi nottetempo. Per lui fare ciò che faceva era normale, forse anche un motivo di riscatto, quel senso di rivalsa che non aveva mai degustato il sapore, pure essendo consapevole certe volte d’essere scambiato, a forza di fare il pagliaccio, per una maschera della commedia francese. E bene sì, questo lo sapeva, ne era pienamente consapevole ma non poteva comportarsi altrimenti. Da anni, e soprattutto dopo il dolore per la perdita del padre, sentiva in lui crescere quella rabbia che solo a pochi s’addice. Per non parlare del suo rapporto con Dio, certo, un'inimicizia direi, senza mai cadere nell’ateismo, perché pensava, pur essendo giovane, che non credere fosse una rivincita dovuta. Un rapporto di fede ma contrassegnato dalla rabbia, da infinite contraddizioni, da infelici pernacchie, che solitamente, affacciandosi timidamente in chiesa, rivolgeva al crocifisso. Insomma, sentiva l’urgenza di un riscatto interiore forte, pronunciato. Era un ragazzo ma dalle conclusioni che traeva, talvolta dialogando in strada con gli amici, sembrava incarnare il pensiero di un adulto. Riflessioni che spesso armonizzava con silenzi profondi o parlando con se stesso, talvolta in riva al fiume in attesa che le capre tornassero dal pascolo. Tommasino, insomma, si sentiva ferito e non ci voleva tanto a comprendere il suo stato d’animo simile, molto simile, a quando si sta per versare del caffè in un bicchiere e si nota sul fondo tra lo zucchero del finto sporco che si tenta di cacciare, quando invece altro non è che un’ombra riflessa. Accendere falò con i compagni, oltre ad essere uno sfogo, rappresentava una forma di svago, un’occasione per ridere sulla vita, come quella volta per la festa del patrono, durante l’ora della processione, che a causa loro per poco non saltava la tanto – allora più di oggi – attesa ricorrenza.

Secondo quanto riferisce la gente, durante la mattina del sette agosto del millenovecentoquarantasei, nell’ora in cui il paese s’apprestava a vivere la commozione del santo patrono, Tommasino e compagni, spinti dall’impeto, dal profondo credo, di cavalieri d’arme e d’amori, appreso chissà dove, probabilmente da una rapida lettura scolastica, tanto sommaria quanto non degna dei versi di Ludovico Ariosto, inscenarono la più rocambolesca sequenza di falò che per poco non mandò a farsi friggere per quell’anno la processione. I Guagliò tanto si misero d’impegno, organizzandosi la sera della vigilia, che appena l’alba cominciò a impallidire il cielo notturno, sporcando i tetti da brevi riflessi rosati, indossando sporchi e sdruciti abiti, scesero in strada per spartirsi i compiti della festa che avevano in progetto di celebrare, la controfesta come dicevano loro. Michelino era destinato a radunare una catasta di legna che, a discapito dei familiari, trafugò con passione dallo scannatoio di famiglia. Rocco, allegro di mandare in aria la festa di un santo che non portasse il suo nome, si mise per ore ad osservare, davanti alla chiesa, i movimenti del parroco. Tommaso, che con difficoltà si stenta a non definire il regista della trovata, assieme a Gennarino, cercava di ingannare il tempo contando le teste azzurre che tra non molto avrebbero dato vita alla controfesta. Ora tutto tornava. Tutto cadeva a pennello, tanto che, vista l’ora, decisero di riposare prima dell’evento. La processione dalla notte dei tempi si festeggia alle due del pomeriggio, ora in cui arriva, col santo in prima fila portato sulle spalle e seguito da tanti bambini vestiti come lui per devozione, sul sacrato della chiesa madre. Alle una meno cinque i ragazzi erano già sul luogo del loro set immaginario. Il primo falò, il più grande, doveva essere appizzicato sotto la volta della piazza, pronto a non fare salire la processione impedendole di raggiungere il sacrato della chiesa. Il secondo sarebbe divampato a valle, quasi all’inizio del borgo, a ridosso delle pareti rocciose, sul lato sinistro della cappella di Sant’Antonio da Padova, antica sede dell’ormai smantellato convento francescano. Il terzo, figlio dell’impeto e della passione, le cui fiamme avrebbero dovuto sfiorare il cielo, da fare invidia ai circensi di fama, che da quel giorno in poi si sarebbero rosicati i calzini dei loro piedi, era pronto all’estremità del paese, facendo da cintura all’abitato che, a quanto pare, adesso era isolato dalle fiamme. Quando le campane suonarono, annunciando l’arrivo della processione, Tommasino, a differenza degli altri amichetti, si godeva il clima mistico delle donne genuflesse in chiesa che, tra un’Ave Maria e un Pater Nostro, attendevano il busto gambizzato di Santo Donato. Michelino, Gennarino e Rocco, dicono, ridessero a crepapelle dietro le rocce, osservando con discrezione la processione che lenta procedeva sulla strada in salita. La fratosca sgomenta per il ritardo cercava, tormentando i rosario che custodiva tra le dita, di allungare i tempi delle preghiere tra il sudore delle donne e il suono delle campane. Intanto a valle era giunta la processione. La gente accaldata dalla fatica e dalla calura, assonnata e commossa, rimasta priva d’acqua, dai ceceli vacanti , cercava di farsi forza e, chiedendosi stupita del perché ci fosse il fuoco, tentava di posare la testa, una dopo l’altra, scambiandosi il turno, sul busto gelido del santo, mentre con le dita afferrava i denari donati al patrono per usarli come fazzoletti nell’asciugare le loro infuocate fronti. Comunque lo spettacolo agli occhi dei tre amichetti non fu questo, quello che stava succedendo era poco rispetto al caos che sarebbe dovuto esplodere in poco tempo. Anzitutto c’era da ridere per l’espressione inferocita del prete che, intelligente come una faina e astuto come un sapiente teologo o topo di biblioteca, mangiandosi la foglia, stentava a impazientire la folla, soprattutto le donne che adesso, giunte all’estremo delle forze, svenivano tra le braccia sue e all’ombra del Santo busto, inscenando, senza sapere, una scena michelangiolesca che, con tutta probabilità, non degna di simile allusione, il Buonarroti avrebbe sicuramente repressa a martellate. La sapienza di Don Raffaele, così dicono si chiamasse il prete, non tardò a concretizzarsi e rivolgendosi a quelle pie anime, il parroco, chiese loro di aiutarlo a placare, se non spegnere, le eretiche fiamme per procedere con la processione. E mentre gli uomini astuti di forza decisero di scendere a valle per cercare acqua a qualche fonte, Michelino, assopito con i compagni tra le rocce, rideva correggiado tirandosi le bretelle. L’avventura dei ragazzi sembrava così tramontare all’epilogo quando, giunti gli uomini da valle e il prete con le acquasantiere, i fuochi furono spenti e la processione, dai volti sporchi di carbone e di fuliggine, proseguì verso il sacrato della chiesa.

Quella sera fecero presto il ritorno a casa. Per le strade non c’era nessuno e man mano che scendeva la notte il buio sembrava annebbiare ogni cosa, tanto da non sapere più contare i passi sul selciato. Si congedarono poco dopo la piazza dandosi appuntamento alla sera dopo, perché al mattino non era possibile dato che, essendo il giorno dell’epifania, i ragazzi dovevano riprendere la scuola dopo la pausa natalizia e Tommasino era impegnato in campagna con il bestiame e con il mosto della recente vendemmia. Solo, sulla strada del ritorno, tormentato da mille pensieri, Tommaso pensava alla casa vuota, al respiro tranquillo di sua madre che riposava sul letto. Avrebbe, infatti, trovato il silenzio di sempre appena aperta la porta di casa e il buio, da lui tanto temuto, sarebbe sobbalzato sino sulla soglia facendogli percepire la solitudine in un solo istante. Appena giunto sotto casa si accorse che qualcosa non andava. Una quiete minacciosa sigillava tra le tenebre l’isolato dell’appartamento, facendo persino traballare la fioca lanterna ad olio che sua madre ebbe accesa poco prima del vespro. Certo, era l’epifania, quindi era normale questo silenzio irreale, questa sorta di buio simile ad una nebbia scura. Per l’epifania sapeva che poteva succedere di tutto, che persino i cani, gli asini, i polli nei canestri potevano parlare, quindi non c’era da stupirsi più di tanto. In cucina ardeva ancora il fuoco, ridotto in brace tra la cenere sparsa, e il riflesso roseo lambiva le pareti grigie dal fumo e le carni del maiale ucciso per Santa Lucia, che appese alle travi del soffitto asciugavano in attesa d’essere conservate. Tutto era rimasto come quando era uscito per andare a casa di Rocco, e nessun angolo della casa sembrava dare un cenno di vita. Adesso, che era notte inoltrata e solo la luna tingeva il paese di un bianco sporco, con sprazzi di luce pallida tra i tetti e le grondaie, tra il selciato e i pianerottoli domestici, neppure le voci di fuori sembravano esserci. L’eterno universo, il cielo e la terra, il fiume a valle, il paese, le strade, gli asini, le persone sembrano tacere, persino il respiro di sua madre si era fatto esile, così pareva, quasi inesistente. L’unico cenno di vita, se di vita si può parlare, era la brace nella bocca del caminetto che stentava a diventare carbone. A Tommasino non restava altro che concedersi al sonno, alle bianche lenzuola che sua madre lavava con l’acqua del fiume o alla fontana appena sotto l’abitato. Ma appena chiuse la porta dietro di sé si accorse che qualcosa era troppo irreale per essere vero. Un sentimento di profonda malinconia, di profonda sofferenza come una pugnalata lo colpì all’improvviso. Ritenne ovvio, allora, affacciarsi alla porta di camera dove dormiva sua madre. Un raggio di luna lambiva il pavimento di tavole e l’orlo dei lenzuoli ricamati, sui quali abbandonata giaceva la mano di donna Matilde. Nella stanza tutto sembrava essere in ordine, persino il letto pareva non essere sgualcito. Allora, un po’ per non fare rumore un po’ per discrezione, con passi lenti si avvicinò alla madre e subito si ritrasse capendo ciò che era accaduto. Donna Matilde, che sembrava dormisse: era morta. Sul letto non aveva lasciato che il corpo inerme, pallido di chi si è congedato dalla vita. Capì allora che non era un presentimento, ma un sospetto reale, fondato, che adesso lentamente stava sciogliendosi in pianto. No, non poteva essere morta anche lei. Certo, sapeva della malattia, di quel male che dopo la morte del marito, suo padre, la trascinava verso un abisso senza fondo, verso un viaggio senza ritorno, ma non immaginava così presto. Sembrò cadergli il mondo addosso, povero ragazzo. Altro non gli rimaneva che vegliarne il corpo in un silenzio irreale. In paese la notizia si diffuse in poco tempo, anche se era notte, e le donne, le comari di Donna Matilde, compresa la fornaia, che a quell’ora faceva il giro delle case per infornare le clienti del pane, si diresse, disimpegnandosi dalle fatiche, verso casa del ragazzo. Alcuni uomini si preparavano alla veglia che avrebbero dovuto fare dall’esterno dell’appartamento, in strada, intonando le note di Vierno . Ma appena entrarono in camera si accorsero che il corpo di Matilde era stato trafugato e che Tommaso non c’era. Attoniti, si riversarono in strada chiamando il ragazzo che non rispose. Uno dopo l’altro, allora, si dileguarono, donne comprese, per le quintane immaginando l’accaduto. Non era la prima volta che Tommasino giocava brutti scherzi, si vantasse o dicesse cose non vere. Quel ragazzo era da tutti considerato un demone, una creatura di Lucifero che per sventura era nato in paese per portare odio e scompiglio. Ma forse, a ben guardare, non era così.
Tommasino, assieme ai compagni della banda dei fiammiferi, forse grazie al loro aiuto, aveva portato il corpo di sua madre fuori dal paese su una roccia di granito. Matilde giaceva così immobile, come crocifissa con attorno il figlio e i suoi compagni di giochi che, piangenti, intonavano le note di Vierno. Adesso la gente del paese, per non disturbare cosa stava accadendo, si radunava dintorno piangente, con i rosari in mano, in una languida melodia di preghiere. Una scena quasi da presepe, che continuò per tutta la notte sino all’alba quando il prete recitò l’estrema unzione consegnando Matilde al cimitero, facendosi strada, tra tanta gente, sul sentiero innevato.
L’accaduto restò per molto tempo nella memoria dei paesani, soprattutto quello successivo alla crocifissione che, secondo la storia raccontatami, accade durante il tempo della mietitura. In un giorno di fine luglio, in campagna del ragazzo, vicino alla chiesa della Madonna del Massimo, oggi sconsacrata, mentre i marenisi mietevano, tra la calura e il canto delle spigolatrici, in lontananza una donna che sembrava somigliare a Donna Matilde passeggiava sui sentieri che da valle portavano al paese. I braccianti non volevano crederci e neppure Tommasino che, più di altri, aveva riconosciuto in quella donna sua madre. Fu così che incredulo, quasi immobile, pronunciò sillabando il nome della donna che sentendosi chiamare si voltò verso di lui, verso il figlio diventato uomo. Quel giorno, mi hanno raccontato, anche il cielo sembrava non esserci. Quel giorno non tramontò mai in sera.







Ho incontrato me stesso


Credo di aver capito chi sono, cosa faccio, se sono vivo o meno, l’altra sera quando per caso mi sono specchiato in una vetrina del centro. Prima di allora non mi ero accorto di vivere, o meglio non sapevo chi fossi, che ruolo svolgessi all’interno di quel mega contesto che i sociologi più scaltri chiamano società. Tu mio caro, mi dicevano, sei… sei uno come tanti, forse un intellettuale, E no! Mia cara, a mio avviso lui è un circense, un pagliaccio, sì insomma un uomo da circo, un giocoliere di parole e d'immagini che centrifuga secondo gli stati d’animo, questo sostengano di me. L’altra sera, dicevo, e solo l’altra sera vedendomi riflesso ho capito tutto, sì mi sono visto realmente, guarda là come sono, non credevo d’essere così e poi perché? Perché sono quello che sono? Perché io e non un altro, e poi che vuol dire Io? Tu? L’altro? Insomma, finalmente ho capito, ho compreso tutto. Per filo e per segno. La strada illuminata dal bianco del neon mi faceva pallido, in altre parole, proiettava su di me un fascio di luce insipida quasi fosse il riflettore della ribalta, di un palcoscenico teatrale, di un teatrino di campagna, i cui spettacoli non godono d'innumerevoli spettatori ma di un prete (in prima fila, perché gli ignoranti siccome non sentono, almeno cercano per finta di sentire), di un contadinello tutto pepe e carota, di una devota perpetua. Ora il mio volto era bianco come la neve e cozzava col blu della luce della vetrina e sembrava incarnare la maschera di un confessore: tu, mio caro, tu sei condannato, e di questo non ne devi fare un cagnareccio da cucciolo, a raccontare storie, eventi, emozioni, sì sei un giocoliere di parole, un ruolo felice insomma, da antagonista più che da spettatore, in cui nulla è definitivo, un lavoro felice ecco, ecco tutto. Sì, d’accordo, ma cosa vuol dire questo, come si può definire questa specie di lavoro? Anzitutto, mio caro, non è un lavoro, ma una sorta, si dice sorta non specie, specie è offensivo, di divertimento il cui senso non è altro che raccontare se stesso e gli altri con altre parole, con definizioni poco comuni, si potrebbe azzardare a dire che tu sei… sei uno scritto - gista. Scritto - gista, che significa? Come cosa significa, è semplice; ho semplicemente abbreviato due parole, due definizioni se questo ti può far felice, in poche parole: sei un giornalista (scarso, lasciamelo dire) e uno scrittore un po’ pazzo un po’ poeta, secondo come ti va la penna, se in versi o in prosa. Prova a fare mente locale, sinora cosa hai fatto? Di cosa ti sei occupato? La risposta è semplice: di scrittura! Hai scritto su di te, su di Martina, la ricordi Martina, vero? Hai scritto su Giorgio, spiato il tabaccaio di fronte casa tua per vedere, pensa che imbecille, se nella sua vita ci fosse un aspetto interessante per scriverci un racconto, oppure intervistarlo, o semplicemente bestemmiarlo per il tabacco negato in un epigramma scritto con una zampa di gallina. Sì, destati, sei quello che sei uno scrittore, in erba ma pur sempre uno scrittore, e un giornalista, neppure tanto in erba perché come sai con il cemento armato dov’è più l’erba, un imbonitore di favole felici, il più delle volte drammatiche, di poveretti che vivrebbero lo stesso anche senza delle tue operette da pupi siciliani. Voi degli esempi? No, lascia fare, tanto su di chi ho scritto lo so, ne sono a conoscenza, non importa che me lo ricordi sino alla dissenteria verbale o al vomito di vocali arrugginite, buone soltanto da essere seppellite all’ombra di un cipresso da un becchino ubriaco, che a stento sa chi ha seppellito il giorno prima o mezz’ora prima. Magari, dato che tu sei il confessore e io il giudice, ma il più delle volte sono io l’imputato, potrei raccontarti quanto ho scritto su Martina, ti andrebbe di ascoltare? E allora ascolta.
Ero davanti alla vetrina e non mi accorgevo che parlavo ad alta voce di Martina, uno dei miei tanti personaggi, esistenti, che io ho dissimulato in una fantasia spicciola a cominciare dal nome. Uno scrittore ha, infatti, un gran privilegio, quello di cambiare la vita alla gente, di intervistarle, di renderle celestiali in un poemetto o in una poesia, e ancor peggio, di ribattezzarle a suo piacimento. Martina nella realtà non si chiama così, il suo nome è Giacinta ma a me non piace, proprio non lo tollero, e così le ho mutato il nome di battesimo con quello di Martina, in onore di San Martino, il santo del mantello, un liberale sicuramente. Cambiare nome alla gente mi diverte, mi rende imprevedibile, folle, impreciso, pagliaccio, dio, con la d minuscola s'intende, prete (senza voto di castità), eretico, genitore, ladro di vocali. Martina la conobbi durante l’estate del novanta e m'innamorai di lei, mentre lei non mi filava minimamente. Così dovetti inventare mille escamotage per raggiungere la sua attenzione, dovetti esercitare mille peripezie, tipo quella di funambolo, perché i suoi occhi, anche al di là del limite consentito, mi vedessero. Di principio grazie a Marcello, uno dei miei tanti amici, si usciva tutti insieme, poi, dopo il fattaccio, separati. Marcello era amico dell’amica di Giacinta, Barby, una terrorista degli anni settanta, prima esponente di Potere Operaio e poi dinamitarda post- sessantottina, e così conoscendo lei si conobbe Martina, ma andiamo per ordine. Ricordo che il principio non fu il verbo e neppure l’azione, bensì le strade di notte bagnate dalle luci bianche dei lampioni a neon. Quella mia e di Martina non fu un'amicizia, ossia un legame d’affetto non peccaminoso consumato tra caffè fumanti o nelle ore di (in)religione, ma semplicemente fu un rapporto di sesso che si sviluppò due notti dopo il nostro in contro, in un motel alla periferia di Florence. No, nulla di Bit c’era in questa storia, non c’erano i presupposti per esserlo. Semplicemente era una storia di sesso, un legame da camera, da letto (sopra e sotto), da cucina, da tavolo, non bisogna dimenticarsi il tavolo, prediligo scopare durante le partite di poker, magari subito dopo, a gioco vinto, o al limite una specie d’amore free – lance, nel senso di collaborazione esterna, di personaggio sconosciuto, non amico, non parente, non fidanzato, che solo a volte s’affaccia nella vita di una persona. Non essendo Don Giovanni, Giacomo Casanova, il mio scrittore preferito del settecento italiano, tutto ciò che ho fatto con Martina l’ho fatto col presupposto di doverlo scrivere, magari in un secondo momento, tra una pausa e l’altra, o di notte mentre il popolo dei vivi s’addorme . Ricordo che oltre a (dis)amarsi sul letto, secondo la tradizione, l’abbiamo fatto anche sulla lavatrice o sul pavimento sporco mentre lei, per ammortizzare questo squallore, mi offriva della coca. L’aneddoto preferito, comunque, che ricordo con commozione è quando me la feci contro lo stipite della porta d’ingresso del suo appartamento di Viale Duca D’Aosta. Ma forse, per continuare il discorso, poco importa della mia storia con Martina. Quello che interessa è che uno scrittore o scritto- gista vive per scrivere, esiste o tenta di esistere, per annotare tutto quello che gli si presenta davanti agli occhi. Spesso mi trovo a scendere per strada, ad incontrare amici, discutere animatamente bestemmiando vocali di fuoco, per il solo piacere di rimuginare e scrivere in un secondo tempo. Tante volte ho inseguito Tizio o Sempronio in strada per vederlo rivivere in una delle mie storie, Sì mio caro pagliaccio, delle storie, e siccome io sono come tu dici uno scritto-gista, il disonore di ciascuna ambizione, il massimo della vocazione, spesso mi tocca fare anche l’investigatore inconsapevole, addirittura la parte di colui che finge sapendo di non fingere. Come nel caso di Alberto, il parente di Goffredo, l’ortolano della porta accanto, che grazie a me ora rivive in un romanzetto da gossip che ho abbozzato e poi dimenticato nel buio di qualche cassetto. Talvolta, ne sono consapevole, questo lavoro è allegro, ma il più delle volte è triste, drammatico, ad esempio come nel caso della mia storia con Clarissa finita perché ella si innamorò di Alex, un tipaccio da spiaggia, e lui, a sua volta, di Gianni, lo studente di educazione fisica dell’istituto magistrale. Ricordo che in quei giorni, ma sarebbe più indicato parlare di ore, perché i migliori disamori durano un paio di ore, tre al massimo, ero sempre in compagnia di Alex, soprattutto dopo la fine del mio rapporto con Clarissa. Si era innamorato così tanto di Gianni che persino lo andava a prendere a scuola, oppure a sorprenderlo nell’ora di ricreazione, regalandoli un bacio casto sulla guancia tra le sbarre del cancello. Per scrivere tutto questo, o tutto ciò che vedevo, che riuscivo a percepire del suo amore, corrisposto, tra le lacrime di Clarissa e i baci tra le feritoie della cancellata, dovevo fingere a me stesso d’essere anch’io innamorato di uno dei due, sicché così facendo iniziai a scrivere frase dopo frase, senza presunzione alcuna, dove Alex diventa Filippo e Gianni Dario. Per raccontare, dovetti immaginarmi i loro sogni, i loro incontri, le lettere, scusate l’email, che si mandavano a vicenda, cosa che riuscii a scoprire entrando nella posta elettronica di Alex, un giorno che inconsapevole e innocentemente disse il codice, che era poi la data di nascita di sua madre Elvira. Fu così che mi stampai una delle tante, migliaia, email in nome di Gianni, forse la più profonda, lirica, emotiva, suggestiva lettera che, senza nessuno scrupolo di coscienza, d’altronde fa parte del mio lavoro, riporto di seguito a danni di chi la legge:

Caro Alex, sono ancora io, Gianni, e ti scrivo per comunicarti, scusa l’invadenza ma in amore non debbono esserci pudori, quanto ti amo, quanto ti penso e per scusarmi se come un fantasma compaio e scompaio dai tuoi sogni, dai tuoi giorni, da quello stupido e ridicolo, se pur affascinante, palcoscenico chiamato vita, o esistenza tanto per usare un eufemismo. E’ inutile, anzi retorico, dirti quanto ti amo, ma devo farlo. Ogni volta che ti penso, ti sogno, o peggio ti vedo assorto passeggiare per Firenze, consumato dalla tua bellezza, dai tuoi venticinque anni, trascorsi tra i fumi dell’alcol e le aspettative vitae, mi sobbalza il cuore di dentro che sembra quasi uscirmi dal petto per precipitare in Arno. A volte ti penso per sere intere, d’altronde, come puoi ben capire, le mie notti sono diverse dalle tue. Tu di notte vivi, per questioni d’età, oltre il perimetro delle mura di casa, io no! I miei, sporchi borghesi i quali credono che la vita sia tutta casa e lavoro, soldi e chiacchierate con le amiche all’ora del thè, la sera non mi lasciano uscire. Pensano che la mia esistenza debba concentrarsi tra le mura di scuola e quelle di casa, ma ignorano che al liceo, ad un solo passo dalla strada, tra le grigie inferiate del cancello vive un amore clandestino. Loro non sanno, e non sono degni di sapere, che il clandestino vive tra noi, riempie i nostri giorni di una felicità condizionata, tutta sogni e cancello, eco di risate e… Ignorano quella volta quando, spacciandoti per un idraulico, sei venuto a scuola nell’ora di ricreazione, lasciando i tuoi amici fuori a fumare e a ridere di noi, e abbiamo fatto l’amore, scambiandoci i ruoli del maschio e della femmina, vivendo per qualche istante l’ebbrezza della clandestinità, della costrizione, calandosi nei panni di una scimmia in calore. Ora debbo lasciarti, scusami. Ci vediamo a scuola domani. Tuo Gianni.

Seguii questo amore, questo clandestino come dice Dario, per circa un mese, con tanto di taccuino e penna con la speranza di scriverci un romanzo, che poi non feci, suonando il gong prima dell’epilogo infelice. Così, reduce da questa disavventura, cominciai a pedinare, forse sarebbe più indicato dire frequentare, Felice, un ragazzo follemente innamorato di Elena: un amore non corrisposto, se vogliamo di solo sesso, terminato alla stazione Santa Maria Novella al binario nove. Sì, avete capito giusto, terminato con la stessa freddezza di come si compie un aborto alla riva di un fiume, o nell’orina di un cesso. Reduce, ma allora sei sempre reduce, e mai possibile che tutte le storie che vivi non riesci a fermarle con un romanzo, non riesci a immortalarle nei versi di un poemetto, o a farle confluire nei capoversi di un monologo insensato, No, non posso riuscirci, almeno non sempre, mio caro pagliaccio. E’ vero qualcosa, poche volte, sono riuscito a far rivivere ciò che ho vissuto o che mi sono imposto di vivere, ma sono poche. Ho scritto versi, giochi linguistici secondo l’esempio di Wittgestein, aforismi, ma non bastano, voglio scrivere finché campo, ed è per questo che vivo per rubarmi la vita, che offro amicizia con amore per giocarmi l’esistenza degli altri con la speranza, magari, di immortalarla con il flash delle parole. Come sai, mio caro pagliaccio, io sono un ladro, come tutti gli scrittori, i giornalisti, un ladro in senso buono, un mariuolo di storie, simile al protagonista di Otto e Mezzo, quel capolavoro del grande Federico. Almeno così credo. Si, ma allora ti è capitato anche a te di vivere storie impossibili e non saperle trascrivere, ti è capitato di ballare su di una spiaggia, magari in riva all’Arno nel tuo caso, nell’ora del crepuscolo? Certo che sì, e ti dirò di più, una volta tornando da un servizio giornalistico quasi per caso mi trovai ad una cena tra sconosciuti e lì, scompigliandomi i capelli, mettendomi la cravatta in testa, sganciandomi la camicia, da ubriaco ho recitato versi, o declamato prosa che il giorno dopo erano svaniti dalla mia memoria – e lo sai perché?-: la letteratura, l’arte in genere è carpe diem. Nient’altro. Ad esempio mi è capitato in pieno set giornalistico, probabilmente a causa della tragedia che stavo per raccontare, o forse per qualche indizio, di rivivere scene della mia infanzia, che senza accorgimene ho confluito nel reportage, o ancora peggio l’ho immortalate là, sulla scene del servizio, in una risata da clown ferito.
Certo, tutto quello che stavo a dire al mio ego riflesso, al pagliaccio, o all’ombra della mia persona, alla figura remota che sembrava essere di paglia, nella sera, tra il buio della strada e le luci bianche a neon, alla vigilia di un incendio nella notte, cioè il mio, era vero. A volte ho la sensazione che a forza di vivere allo scopo di inventare personaggi, alla fine diventi anch’io una drammatis personae, mi incarni in uno di quei ruoli pseudo - fantastici degni di Cinecittà, o ancor meglio di Hollywood. Spesso mi accorgo che la mia esistenza sia un film del quale io stesso sono il regista, l’attore, il direttore della fotografia, il parrucchiere e il truccatore. Insomma, spesso mi accorgo di vivere in un teatro di posa, dove la notte e il giorno, l’alba e il tramonto, sono solo momenti che vendo a degli sconosciuti che mi si fingano lettori, che scambio come prodotti da marketing, o in casi più gravi li confondo con i riflessi delle luci dei riflettori, dimenticando la differenza tra luce naturale e quella ovvia. Tutto mi diventa finzione, come dire, diagetico, come se la mia esistenza e quella altrui sia un mero prodotto di poesia, di finzione, una trama sottile, quasi inesistente, di un romanzo infinito. Così tutto diventa finto, si confonde col vero, assume al tatto e alla vista la forma di qualcosa di sintetico, persino nei momenti in cui mi trovo a viaggiare, quando ripongo nelle valigie i miei strumenti di lavoro, le immagini che mi invento o che vivo, per la maggiore iconoclaste, ogni pretesto è buono per farne motivo di poesia o di cronaca. L’altra sera quindi, davanti alla vetrina, ho capito chi sono, ho incontrato me stesso, tanto che ai passanti non restava difficile pensare loro che nei miei armadi non vivono scheletri, non sono un becchino né tanto meno un medico legale, ma fantasmi, fantasmi veri. In quei momenti non solo ho discusso con me stesso, forse in modo concitato, ma mi sono spogliato da ogni sorta di mediazione artistica, mi sono struccato, ucciso e risorto, meditato senza redenzione, insomma mi sono fatto gli analisi dell’ego e non del sangue, perché ricordando, quelli me li sono fatti il giorno prima. In altre parole, ho innescato in me una resa dei conti, forse un po’ hollywudiana, ma vera, sincera finalmente. Una resa che a fine battaglia, vinta ovviamente, mi ha dispensato con momenti di riposo, lasciandomi sedere sul marciapiede a fumare, concedendomi una riflessione profonda, il cui responso è stato laconico: devo continuare ad essere quello che sono. In poche parole: devo continuare, con tanto di imperativo, a fare ciò che faccio, senza mezze misure. L’altra sera mi ricordai inoltre che, stranamente, la sigaretta che stavo fumando era la prima della giornata. E così continuai a fumare.









L’Assedio


La nave stava per inabissarsi a largo, circa due chilometri dalla costa, dopo una collisione con un’altra nave che esplose, quando dal comando portuale partirono le prime chiamate di soccorso. La preoccupazione era che a bordo ci fossero feriti e morti, dato che, secondo una stima approssimativa, dovevano esserci più di centocinquanta anime. Il tempo, come sostiene Seneca, è la cosa più preziosa di uomo, quindi bisognava intervenire. Le anime presenti sulla nave che di ora in ora inabissava dovevano essere salvate, trasportate in ospedale, e per le più sfortunate, ahimè, regalare la terra ferma come sepoltura, prima che il mare le inghiottisse negli abissi di un cimitero sottomarino. Purtroppo per le persone presenti sull’altra nave non c’era niente da fare, se non restare ipnotizzati a vedere l’incendio attorcigliarsi sui loro cadaveri e su quanto rimaneva della petroliera. Quando giunsero gli elicotteri dei pompieri, del soccorso medico, della polizia di stato e quella portuale, il cielo fu sporcato da un rombo talmente forte che sembrò scendere in terra. I feriti incastrati tra le macerie dell’imbarco furono portati via dagli elicotteri gialli, i morti trasportati, con gli scafi della polizia portuale, a riva, coperti da bianchi lenzuoli, sotto un cielo grigio di fumo, nell'attesa d’essere identificati, prima della sepoltura. Molti corpi, però, non furono trovati, dispersi in mare forse al momento della collisione. Il mare dintorno era rosso di sangue, disseminato di anfratti, di frammenti di nave, tra le onde schiumose che riflettevano il cielo. Tuttavia, un altro problema era al centro del dramma, forse la tragedia non annunciata ma reale: la nave trasportava, oltre che persone, container contenenti sostanze chimiche, che una volta disperse sulle acque avrebbero causato un disastro ambientale. Così, decisi sul da farsi, reduci d’aver soccorso persone e sepolto corpi, la nave fu ancorata e portata a riva, in un paio d’ore di lavoro, lasciando ai flutti solo del sangue, dei frammenti di vetro, il vuoto dell’epilogo lacerato dal silenzio immemore tipico del mare. A riva coloro che ne furono usciti indenni, intervistati dai free-lance della più vicina redazione, raccontarono il tragico evento. Secondo quanto avrebbero riferito, al momento della collisione non sentirono il rombo, placato dal rumore del mare, ma videro un muro pararsi dinnanzi ai loro occhi, un muro nero, mentre a bordo si spensero le luci in un vortice di grida e lamenti. Molti di coloro a bordo della nave persero parenti, amici, fratelli, fidanzati in promessa di matrimonio, conoscenti che poco prima si erano affacciati nella loro vita avendo discorso assieme nella promessa di frequentarsi in un luogo prossimo. Coloro, poco dopo, superato l’ultimo chilometro che li separava dalla riva, si sarebbero arresi al viaggio, avrebbero visto il mare dal porto, il mattino farsi strada tra le schiume in un cielo di madreperla. Invece si trovavano là, arresi alla tragedia, nello spazio di un’alba pallida, all’epilogo di una collisione assassina.
La nave arenata sulla riva aspettava d’essere portata al rifugio che custodisce le imbarcazioni reduci da sinistri, prima d’essere spogliata dai container letali. Caso volle, invece, che rimase insabbiata per giorni, così com’era, a piangere veleno, in memoria di un accaduto senza senso. Le perizie declamarono che la causa della tragedia fu un errore umano e tutto si limitò a questo. Solo i giornalisti continuarono a scriverci sopra, sostituendo quel mare infinito con un oceano d’inchiostro, indossando colpa a coloro che ne erano privi, dando per morto chi era vivo, dando per vivo un disperso qualunque. Della immane tragedia non rimasero che articoli poetici, corsivi d’opinionisti ipocriti, titoli dai caratteri cubitali, necrologi di persone non ancora decedute, qualche croce di troppo, un Ave Maria, qualche Pater Nostro, e la nave che sprigionava veleno.


Tragedia stamani a largo del mar Tirreno, una nave, che trasportava persone e container contenenti sostanze chimiche, si è scontrata a prua con una vecchia petroliera proveniente dal porto di Genova. L’imbarco sembra che stia per inabissarsi, mentre la petroliera, subito dopo la collisione, ha preso fuoco. I soccorsi, provenienti da varie zone costiere della Toscana e della Liguria, sono giunti tempestivamente sul luogo dell’accaduto. Secondo le stime a bordo della nave ci sarebbero state, al momento della tragedia, più di centocinquanta persone, la maggior parte rimaste ferite. Durante il sopralluogo dei soccorsi, i deceduti sarebbero stati portati a riva per il riconoscimento d’identità. Purtroppo, da quanto emerge, molti sarebbero i dispersi, perlopiù senza un’identità conosciuta. La carcassa della nave è stata portata a riva, in attesa d’essere trasportata al rifugio. Tuttavia, il dramma non sembra essersi concluso. La nave trasportava, infatti, container di sostanze velenose che a causa della collisione in parte si sono disperse in mare. La capitaneria di porto ha vietato ogni tipo di transito per circa una decina di chilometri dal teatro della tragedia. Persino il tratto di spiaggia dove adesso si trova la nave è stato recintato. E’ vietato severamente avvicinarsi alla carcassa e tanto meno inoltrarsi a nuoto o su imbarcazioni nel tratto di mare segnalato. Il pericolo di un disastro ambientale è in agguato, tanto che neppure gli addetti ai lavori, i biologi consultati, gli scienziati chimici se la sentano di pronunciarsi sugli effetti che potrebbero verificarsi. L’unica speranza e che gli addetti trasportino il prima possibile la carcassa della nave che, ancor munita dei container, non solo riposa sulla riva ma sembra sprigionare veleno.

Attonito dalla tragedia anch’io ero tra coloro che inermi guardavano il disastro accaduto. Defilandomi dalla ressa che nel frattempo si era accalcata lungo la riva, al di qua della recensione, incontrai il mio amico Antonio. Ciao Antony, come stai? Hai visto che disastro, che tragedia, purtroppo non si finisce mai di imparare nella vita. Ma piuttosto, come ti butta? Mah! Come vuoi che vada? Va! Torno adesso da scuola. Sai oggi ho fatto una lezione su Dante, sul trentunesimo canto dell’Inferno, e quasi per magia, le parole di Ulisse sembrano essere in sintonia con quanto accaduto. Sì, ai proprio ragione: è una tragedia. Poveracci, pace all’anima loro. Veniamo a noi, disse lui, tu piuttosto cosa fai stasera? Bah! Non so, probabilmente passo da Ernesto, vuol giocare a carte, ha invitato della gente da Arezzo per un poker veloce. Come sai Ernesto è un baro, ma baro lui, baro io, la partita dovrebbe essere vinta. E tu, che intenzioni hai per la serata? Dovrei vedermi con Clara perché dice che la viene a trovare un’amica da Follonica, ma quasi quasi ti chiamo e veniamo tutti da Ernesto. Appena giunsi a casa squillò il telefono: Pronto! Pronto, Dario, sono Antonio. Senti ho parlato con Clara, stasera, sempre se non vi dispiace, siamo dei vostri. Dove ci incontriamo? Al solito posto? Certo, al solito posto ma non alla stessa ora, mi sa che dovremmo posticipare di un po’. Ernesto torna dal cantiere alle ventuno e sai com’è, si deve fare una doccia, cambiarsi e poi veniamo. Allora alle ventidue alla rotonda, sotto il canniccio del Bar Corona, siamo intesi.
Riposta la cornetta rimasi in balia dei pensieri. Quello che era accaduto poco dopo l’alba per me era un segno premonitore. Non si trattava di un incidente, era probabilmente un segno che qualcosa, o qualcuno, ci aveva mandato dal cielo, o da qualche luogo ignoto, per riflettere sulla nostra vita, sui nostri giorni, sul presente schiacciato dal passato e insipido, se non privo, di futuro. Da tempo si viveva d'espedienti, vivevamo a seconda del vento, abbandonati alla fede del Dio-denaro, in un carnevale d'ombre e di paure. Antonio, Antony per gli amici, insegnava al liceo classico italiano, storia e filosofia, solo per avere lo stipendio. Io, Dario Del Bene, laureato in lettere, facevo lo scrittore a tempo alternato, alle prese con un film, del quale ero il regista e l’autore, tratto da uno dei miei racconti. Il film, che voleva essere, forse come questa confessione, una parodia di una pellicola di Federico Fellini, doveva intitolarsi La Città delle finte donne.
Clara era allora una donna, finta, e a lei mi ero ispirato per il film. Viveva sul lungomare e passava il giorno a dormire, se non aveva appuntamenti osé, vivendo appuntamenti notturni. Poi c’era Ghigo, il principe sul pisello, uno scansafatiche tutto mamma e poker, col quale ci vedevamo sotto il canniccio del Bar Corona assieme agli altri. Infine Ernesto, il figlio del droghiere di Via A. Bakunin, operaio navale, sottoposto della ditta F.lli Lastrucci. Certo, avevamo anche donne nella compagnia, vere s’intende, no come Clara, che però si frequentavano poco, a causa dei loro legami familiari: erano tutte coniugate. La nostra esistenza, e non è un eufemismo, come quella altrui in generale, era priva di speranza. Una vita non vita, finta, fatta solo di lavoro (a volte), d'uscite notturne e di scopate frettolose, magari sotto i timidi lampioni del lungomare, o tra le lenzuola (di niloin) scippate ad un ignoto senzatetto, spesso consumata in un sorso di Popper inalato velocemente di nascosto in strada. Insomma, si trattava di una vita bit, come direbbero gli americani, bruciata, come dicono gli italiani, carbone, come la definisco io. Presente schiacciato da un passato grande, seguito da un futuro (in)certo. I giorni ci passavano così in rassegna senza che ce ne rendessimo conto e spesso mi capitava di rifletterci sopra, magari osservando il fondo schiumoso di un boccale stracolmo di birra. Il nostro ritrovo era al Bar Corona, un piccolo locale a ridosso della darsena, dove il proprietario ci viveva, ci dormiva, non avendo casa, non badando all’igiene e alle norme di buon costume. Ernesto veniva solo la sera, reduce da una giornata al cantiere, così come Antonio, Clara e le altre a giorni alterni, mentre io ci passavo giornate intere, portandomi dietro il portatile per scrivere, con la speranza di cogliere il segnale favorevole per navigare su internet. Per la maggiore sostavamo sotto la pergola di canniccio, guardando il mare, riempita dagli echi delle risate, dagli accenti afoni delle nostre voci rotte, dal fumo delle sigarette, dall’odore acre della cannabis fumata che Antonio, per precauzione, conservava nei calzini. Il Bar Corona era casa nostra, a qualunque ora del giorno potevano accedervi, invitando Alvaro, il folle proprietario, a versarci nel bicchiere un drink per brindare ad un altro giorno inutile, uguale a quello precedente e, probabilmente, a quello successivo. Sembrava non esserci più speranza, almeno per noi, non so un’ancora di salvezza. La terra era diventata per noi qualcosa di alieno, di sconosciuto, un labirinto consueto di bestemmie, di fumo, di speranze interrotte da bevute infinite di birra, liquori e caffè senza zucchero. Dovevamo cercare un'alternativa, ma non sapevamo cosa fare, dove cercarla, come risolvere il meccanismo dell’esistenza che, come una giostra circolare, ci escludeva ogni qual volta faceva giorno. Almeno, pensandoci, Ernesto lavorava, così Antonio, Clara, che si prostituiva, ma io? Io cosa facevo? Lo scrittore, vale a dire lavoravo sette giorni su sette, cercando di innamorarmi di storie che avrei trascritto senza pudore, o senza la minima esitazione. Come nel caso del film La Città delle finte donne, che non ebbi ispirazione nel finirlo e, privo d’epilogo, giaceva nel dimenticatoio di qualche angolo del mio appartamento, magari tra le fila di qualche superalcolico di scorta.
Il film non aveva avuto un epilogo, ma la nostra esistenza poteva mai averlo? Tante volte ci pensavo e nella maggior parte dei casi non ne vedevo una fine, il calare del sipario, la scritta in caratteri cubitali “the and”. Tutti noi eravamo imprigionati nelle nostre esistenze sinistre, tra le mura sottili e insidiose dell’apatia, nel labirinto infinito del quale non sapevamo vederne la fine. Il telefono squillò di nuovo: Pronto! Ciao Dario, sono sempre io Antony. Senti dicevamo con Clara e gli altri se questa sera invece di andare a casa di Ernesto ci vediamo alla nave del disastro. Cosa ne pensi, ti va? Come alla nave! Guarda che per quanto ne sappia è severamente vietato, ne hanno parlato tutti i giornali. La carcassa sembra che sprigioni del veleno dai container. Sì lo so, ma si va per fare qualcosa di diverso. Magari ci si disinibisce un po’. Sicuramente facciamo qualcosa di nuovo. Ma Ernesto, non voglio che rimanga offeso… Poi andrà avvertito. Ernesto sa tutto, l’ho chiamato prima al cellulare, durante l’ora pranzo: è d’accordo. Anzi, persino gli ospiti da Arezzo vengano. Dai, sarà una serata particolare. Allora alle dieci al Bar Corona? Sì alle dieci, come sempre, stesso posto.
Come sempre ero arrivato in anticipo nel luogo dell’appuntamento. Un vento gelido spazzava il piazzale antistante al bar e i timidi lampioni sembravano screpolare l’ombra della notte con riflessi giallastri. Per ammazzare il tempo mi misi a fumare appoggiandomi alla colonna del lampione guardando il mare invisibile, cancellato dal buio e tormentato dal vento. Alla fine mi decisi ad entrare nel bar e ordinai l’ennesima birra. Finalmente arrivò Ernesto e a seguire Clara Antony e le altre. Gli ospiti di Arezzo, due fidanzati con l’hobby delle carte, tremavamo dal freddo, silenziosi nei loro paltò, quasi timidi, pigri nel presentarsi. Dopo una seconda birra, un amaro per Ernesto, un drink per Antony e uno per Clara, decidemmo di andare. La passerella che attraversava la spiaggia era ricoperta di sabbia e la notte nascondeva le dune, confondeva l’odore della salsedine con i nostri ardori, spezzava l’orizzonte del mare che si percepiva ma non si vedeva. Alle nostre spalle la città era un fiume di luci, di riflessi che ferivano i nostri occhi donandoci una felicità insolita. A fine del percorso arrivammo davanti alla nave. Del relitto se ne vedeva soltanto l’ombra che, come un cerchio concentrico, formava una gran campana buia sul buio della notte. La nave era immensa, simile ad un palazzo di cinque piani. Sembrava dormire sul ricordo di quella che fu, sulle rotte dimenticate, un labirinto di legno dove solo i pirati, reduci da millenari viaggi, potevano abitarla sbarcandoci il lunario. Ernesto prima di salire a bordo volle fare una perlustrazione esterna, osservare da vicino la prua schiacciata, le tavole delle pareti divelte, gli oblò sfondati. Fu in quel momento che ci accorgemmo di non essere i soli ad aver approfittato dell’occasione. Voci, risate, gemiti fuoriuscivano dall’interno messo a soqquadro dalla collisione assassina. Quando salimmo a bordo dalla passerella principale non ci saremmo mai aspettati di trovarci in un circo. Mezza città si era trasferita sul relitto senza la minima esitazione, senza il minimo timore per le sostanze chimiche che la nave sprigionava. Alcuni ragazzi, contenti di fare una cosa diversa dal solito, felici di avere un proprio spazio, s'improvvisavano funamboli, altri, vestiti da clown, girovagavano per la nave su bicicli sbilenchi, altri ancora, senza pudore, si stavano amando tra le macerie. Alcune persone avevano pensato bene di portarsi dietro le cineprese, così, sgombri dalla fatiche quotidiane, improvvisavano scene erotiche, per non dire pornografiche, filmate con la presunzione da registi di fama. Noi, come si era fissato dal mattino, giocammo a poker per quasi tutta la notte, poi si proseguì l’assedio con violenza. Fu in quella notte che riuscii a scoparmi Clelia. Fino allora avvertivo repulsione nei suoi confronti. Sì certo, la volevo bene, ma non in senso carnale. Nei fui folgorato. A farci compagnia venne Ernesto, desideroso di avere un rapporto a tre. Facemmo l’amore, ricordo sino all’alba, sino a quando i primi raggi di sole non ci sorpresero in quel tugurio dimenticato. I riflessi che penetravano dalle ferite della nave lambivano i nostri visi pallidi, esitanti persino di guardarsi allo specchio. Guardandoci in faccia, dopo un risveglio traumatico, dopo un sonno comatoso, non restava che contarci le rughe del disprezzo per quello che avevamo fatto. Ernesto ed io eravamo ancora nudi, mentre Clara aveva avuto il buon gusto, non so forse il pudore, di coprirsi con una tavola divelta. Al nostro risveglio, come la notte precedente, non eravamo soli. Il circo della sera prima adesso era in pausa, i circensi improvvisati, dai visi bianchi e le cosce aperte, dormivano poco lungi da noi. Antony nel contempo era andato al Bar Corona a prenderci la colazione e quando arrivò al nostro capezzale l’odore del caffè si mescolò con l’acre profumo della cannabis, dei corpi dormienti, interrompendo gli ultimi frammenti di un sogno recente. Di un ambito sogno tramontato prima di giungere ad un epilogo. Il tempo passava, dal nostro risveglio erano passate circa tre ore e tutto riprese a vivere come in precedenza. Ricomparvero i funamboli, i Clown, gli amanti, i registi in erba, con l’aggiunta delle cartomanti, di architetti falliti, poeti sconosciuti, muratori, zingare che leggevano mani, insomma un intera città. Ci venne a trovare persino il proprietario del Bar Corona. Se Maometto non va dalla montagna, la montagna va da Maometto, ci disse, con in faccia stampato un sorriso che la diceva lunga. Sulla nave conobbi persino Casanova, Leonardo Da Vinci, Lisa Gherardini, la Gioconda, nuda tra le macerie a farsi ritrarre dal mitico toscano. Infine conobbi Michelangelo che, non so perché, sentita la notizia si era messo in testa di fare della nave una cappella Sistina in miniatura. Per poi non parlare di Melville, ispirato a scrivere un nuovo romanzo, intitolato, da quanto potevo capire, La collisione: cronaca delle disavventure di mille balene bianche. Melville, mi scusi, so di non essere alla sua altezza ma non potrebbe intitolarlo soqquadro. Lo sa che lei è impertinente, come si permette di interrompermi mentre scrivo? Al limite, tanto per farla felice, potrei intitolarlo Amen, in senso ironico s’intende, tanto per sdrammatizzare. No, io volevo solo… Lei… Ma mi faccia il piacere, vada, vada dai suoi amici. Ernesto, che nel frattempo era sceso dall’edicolante, arrivò con una novità che ci riguardava. Il giornalista dell’articolo, a seguito di una fuga di notizie, riportava a pieno titolo l’assurdità di quest'assedio. Ma era chiaro che non ce l’avessero con noi, ma con coloro che avevano lasciata incustodita la nave per diversi giorni, che non avevano portato via i container contenenti veleno, che, non rendendosi conto della gravità, lasciarono incuranti il relitto sulla spiaggia.

E’ un vero e proprio assedio, quello messo in atto da alcuni ragazzi della nota cittadina costiera a bordo della nave, vittima del disastroso incidente. Secondo quanto accaduto, i ragazzi, perlopiù noti in città, hanno preso d’assalto il relitto da un paio di giorni, sfidando la sorte. La nave, arenata sulla spiaggia dopo la collisione, rimane un costante pericolo per l’ambiente. Al momento dell’incidente, infatti, oltre alle persone, l’imbarcazione trasportava container contenenti sostanze chimiche, altamente intossicanti. Queste sostanze possono, infatti, procurare serie patologie non solo alla pelle, ma soprattutto all’apparato respiratorio e allo stato generale della salute. Purtroppo, il mancato trasporto del relitto nella rimessa dovuta da parte delle amministrazioni competenti mette a serio rischio la natura della costa versigliese. La nave, o ciò che di essa rimane, rappresenta un serio rischio per l’impatto ambientale. Tornando ai ragazzi, questo articolo vuole essere un avvertimento per la loro salute. I giovani che in questi giorni si trovano a bordo dell’imbarcazione, oltre a mettere in serio rischio la propria incolumità fisica, rischiano di mettere a repentaglio la salute degli altri cittadini. Il rischio di un contagio è alto. Detto questo, non si riesce ancora a comprendere come mai le forze di competenza non abbiano ancora provveduto alla rimozione del relitto. Ci auguriamo che dopo la pubblicazione di questo articolo qualcosa di positivo accada. Ci vorrebbe, infatti, una svolta radicale per dimenticare il triste accaduto e cercare, con la buona volontà, di rimediare al problema.

La situazione stava precipitando in un baratro del quale non avremmo visto la fine. Oltre al circo, ai giochi squallidi, ai filmini porno, adesso c’era chi faceva sciacallaggio. Molte persone, probabilmente non del posto, si precipitarono a rubare ciò che rimaneva dopo l’incidente. Molti di loro si portarono via un sacco di cose, deturparono l’intero relitto dalla prua alla poppa sino a sovraccoperta senza la minima esitazione. Nel contempo noi continuavamo a giocare a poker, a dialogare sui ricordi, versandoci birra nei calici col pretesto di brindare all’assurdo accaduto. Alcuni si portarono via persino le scialuppe, caricandole sui cassoni dei furgoni. Il regista in erba, che proseguiva il proprio lavoro indisturbato, aveva preso il relitto per un mini teatro di posa. Ora immagini girate e montate con tutta fretta, di donne e uomini in una guerra di sesso, in un intreccio di corpi, erano proiettate sulle pareti ferite della nave. Tutto questo era assurdo, il bello e che lo sapevamo ma non ci riusciva venirne a capo. Oramai, sia io che Ernesto, Antonio, Clara, gli ospiti di Arezzo, eravamo in balia dell’assurdo, di un assedio senza epilogo. L’unica cosa positiva, o forse negativa, e che là sopra trovai di nuovo ispirazione. Dopo aver passato una notte a fare sesso con Clara ed Ernesto iniziai a scrivere un romanzetto. La sera dell’assedio mi ero portato dietro il mio portatile, come sempre d’altronde, e così avevo cominciato a scrivere una decina di pagine. La storia era di un regista teatrale senza più ispirazione, il quale dopo una notte d’amore con una prostituta di nome Antonella inizia a costruirsi una serie di scene mentali, dialogate, che riuscirà a mettere in scena su di una nave abbandonata. Perlopiù il romanzo era incentrato sui monologhi di costui e su quelli di Antonella, grazie ai quali la storia prendeva corpo sino a raggiungere un finale di grande maestria. La scena ultima prevedeva, infatti, il suicidio del maestro che, stanco di vivere, decideva di darsi alla morte. La trama era buona tutto sommato, se non fosse stato per Ernesto che mi consiglio, forse ispirato dal cineasta coinquilino, di riprendere in mano il mio film. Debbo dire che non aveva torto. La città delle false donne poteva finire proprio su questa nave, magari con un epilogo a sorpresa. Tutto era perfetto. I clown c’erano, le prostitute pure, i trans non mancavano mai all’appello, la nave l’avevamo, quindi potevamo iniziare. Visto che il cineasta in erba era reduce dalle riprese chiesi se mi poteva imprestare la cinepresa. Iniziai, esitando forse sul finale. La fortuna mi era corsa in aiuto. Al momento del primo ciak, uno dei ragazzi circensi iniziò a sentirsi male. Svenivano, cadevano a terra rapiti da un sonno profondo. Prima di sera molte persone stavano male, alcune addirittura sembravano morte. Io mi divertivo a filmare le immagini, perché mai mi era capitata una cosa del genere. Nel frattempo, come il protagonista del romanzo che avevo improntato, uno dei ragazzi tentò di suicidarsi, gettandosi in mare dal ponte della nave. Un suicidio annunciato che, però, invece di decretarne la morte gli procurò un timido fastidio: la respirazione bocca a bocca di una delle ragazze del porno. Accidenti! Avevo le carte in regola per completare il film eppure qualcosa mancava. Ma non tardò ad arrivare, l’epilogo sperato. Il ragazzo di prima adesso si era suicidato veramente e dietro di lui anche una ragazza dei circensi. Tutti gli altri stavano male, probabilmente intossicati dalle sostanze chimiche dei container. Quando giunsero le ambulanze a soccorrere gli sventurati ragazzi, oramai il film lo avevo completato. Coloro che si erano intossicati furono portati in ospedale, ma molti di loro al cimitero. A film finito, dopo tutti i poker vinti per mano di Antonimo, decidemmo anche noi di tornarsene in città, di scendere dal relitto e riprendere la vita quotidiana là dove l’avevamo interrotta. Adesso, il dramma era di prendere coscienza di quello che avevamo commesso, di recuperare in noi la coscienza smarrita. Capimmo così che questa avventura oltre ad essere il finale del mio film, finalmente compiuto, oltre ad essere stata un passatempo piacevole, un assedio giocoso, era la fine dei nostri incontri. Eravamo tutti sulla soglia dei quarant’anni e ci comportavamo come dei ragazzini. Sul lungomare, guardando da lontano la nave derelitta, decidemmo di mettere ordine alle nostre esistenze. Antonio prese occasione, dietro il suo trasferimento didattico, di trasferirsi a Moncalieri, Ernesto convenne nel dire di mettersi a fare una vita più seria, da quarantenne, Clara disse che voleva continuare a fare la prostituta ma si è suicidata dopo un paio di mesi dal nostro congedo, Ghigo lo hanno trovato morte per overdose d'eroina dietro la porta di casa. Dicono che il corpo fosse irriconoscibile, gonfio, pallido, contratto e dalle braccia piene di lividi. Lo trovarono così, muto come silenziosa fu la sua esistenza, con al braccio sinistro il laccio e la siringa a terra. Nel frattempo gli ospiti di Arezzo sono tornati a casa loro e li ho persi di vista. Al sottoscritto hanno pubblicato il primo romanzo e adesso gli hanno commissionato un nuovo film, visto che La città delle finte donne è in concorso a Venezia. La nave, o quello che di essa rimaneva, è stata rimossa come si voleva dimostrare. Il Bar Corona ha chiuso i battenti. Il proprietario adesso e in pensione e vive in un trullo nella Puglia salentina, tra i ricordi dell’infanzia che fu e tra la tranquillità dei giorni tutti uguali. Giovedì della prossima settimana ho un appuntamento con un produttore giapponese: del mio primo romanzo vorrebbero trarci un film. Per adesso vivo così, da ricco direi, avendo venduto più di tremilioni di copie. Mi sono comprato una villa a Hollyvood, con tanto di piscina, ma per la maggiore vivo in Toscana, lungo le mie coste. Della nave e di quell’avventura mi è rimasto solo un flebile ricordo, così delle facce, delle persone, che adesso, quasi per incanto, annegano poeticamente nel mare della memoria.






Flash


Siamo tutti a casa di Flavio, stasera, a festeggiare non so cosa, forse solo per fare confusione, intorno ad un tavolo imbandito di droghe psichedeliche e nulla più. Insomma, siamo ospiti a casa sua solo per uno stupidissimo pretesto, che non è lo stare assieme facendo della casa uno scoppio di vino e di risate, ma per una scusa qualunque: massacrarci sino all’impossibile, annacquare il cervello sino a mandarlo in tilt. Sì, certo, avete capito benissimo; solo un pretesto per annullarci a vicenda e nulla più, al solo presupposto di non pensare, dando sfogo al nostro motto: fare del cervello una polpetta e abolire ogni forma di pensiero! Ma che scemo, scusate, non mi sono presentato: salve a tutti, comunque, sono Angelo – di nome ma non di fatto, s’intende – fiorentino da settemila e non so quante generazioni, centralinista per vocazione e vivente per mestiere. Il teatro della nostra strapazzata esistenza, quasi si trattasse di un circo qualunque, è Firenze, città in cui vivo, scena madre di questo mio scandaloso e incerto racconto.
Insomma, dicevo, che sono a casa di Flavio, la nostra tana dei giorni pari e di quelli dispari, nella quale ci raduniamo a seconda del caso a decine e decine solo per drogarsi. Acidi, eroina, cocaina crescono su questo tavolo di salotto – di una piccola casa borghese, di quelle tipiche abitazioni dalle quali è facile uscirne schizofrenico- come grappoli d’uva nella vigna. Ogni volta che veniamo qua, previa telefonata col cellulare a Flavio per invitarci, io, Germano, Alvaro, Pinco – Pallino, i’bischero e altri ci massacriamo e basta, tanto che persino le puttane in nostra compagnia, pagate regolarmente, fanno solo le comparse da come siamo ridotti bene, al punto di prestare la presenza in questo dannato film da un'unica e infinita sequenza. Stasera, oltre ad essere i soliti, oltre a massacrarci, oltre ad essere in compagnia di signorinelle pallide e vogliose, abbiamo un particolare in più da aggiungere alla nostra sequenza. I’bischero, lavorando per un antiquario di Borgo degli Albizzi, è riuscito a rubare, non so come, non me lo chiedete perché non saprei rispondervi, una enorme acquasantiera di una cappella medicea della Val D’Orcia, che abbiamo provveduto a riempirla di vino e a berci dentro prima di metterci i piedi a sguazzo, per poi farceli leccare da Arianna, Alina, Paola e Mara, le nostre accompagnatrici. E questa è la novità! Per il resto tutto ok, o meglio la solita e psichedelica trippa! Siamo qui e vi sto parlando, quasi recitassi una parte che qualcuno mi ha imposto, come fossi una marionetta da circo siciliano, carico d'ogni ben di Dio e con i piedi a mollo. Perché non usciamo? Perché non andiamo per le strade, mi chiedete? E perché dovremmo farlo, quando il fuori, Firenze stessa, in questi giorni nei quali corre l’anno duemila…, non è altro che la proiezione del dentro. Le strade, i’chiassi, l’Arno stesso oramai sono un circo e anche il mondo è la stessa, medesima cosa; un circo a cielo aperto: dove acrobati, intellettuali ridotti a scriverci SMS a noi poveri psichedelici sparsi agli angoli delle strade, recitano la solita parte, oramai da decenni. Sì, miei cari ascoltatori: la stessa, medesima recita da anni. E pensare che non abbiamo neppure un teatrante o un cineasta che ne prenda parte, che la scriva, la determini in un certo modo: è la pura realtà. Ormai il confine tra fantascienza e realtà, tra magia e finzione, tra gioco e dramma non esiste più: tutto si confonde da tempo, da innumerevoli anni. Non sappiamo più comunicare per iscritto, forse neppure a parole, se non quando rutteggiamo dopo aver divorato decine di birre, e gli unici che sanno scrivere e parlare, vale a dire coloro che una volta erano gli intellettuali; acrobati di parole consuete ed extra, adesso sono scribacchini di SMS, dei nostri messaggi che vogliamo spedire e che per poterli sputare sul display dobbiamo fare la fila, chilometrica. Gli scribacchini, essendo loro disoccupati da anni, perché nessuno prende più in considerazione le loro opere di sapienza, le loro rime cavalleresche, scritte con la penna e talvolta con le unghie, ora compongono i nostri SMS, i nostri poemetti sputati sul display, che si limitano a dire: tra 8 giorni ti xdono, cmque tutto ok… ci becchiamo al bar … snack! Questi sono i loro poemi, cioè quelli che una volta erano i loro poemi, e che oggi sono i nostri, nonché un triste concentrato di sterilità permanente e psico-disco inquinante, concentrato di coincidenze sul binario interminabile del satellite. Sono loro che ci scrivono queste quattro parole. E li vedi là, agli angoli delle strade, lungo Por Santa Maria, lungo Via Calzatoli, Piazza della Repubblica, chiasso del Limbo, fino a Costa San Giorgio e oltre, con pochi stracci addosso, dietro un pancale sorretto da due caprette, e una immensa fila davanti. Alla fine, a sera inoltrata, dopo aver incassato qualche centesimo, spariscono e diventano come le mosche bianche, tra i vicoli che dal centro scendono verso l’Arno. La sera cade sui loro quattro stracci, sulle loro parole bestemmiate e sulle nostre psichedeliche frenesie, i nostri entusiasmi, quasi senza accorgersene, ed è allora che spariscono per lasciare la Firenze teatro ad un altro spettacolo: quello notturno, fatto di cervelli spappolati e birre, marocchini fumanti e Dio senza patria né cielo. Sì insomma, termina uno spettacolo indecente e riapre il sipario per quello successivo. L’epilogo termina dove inizia il prologo e viceversa. Sono scomparsi i giornali, ma sono presenti le mode, sono scomparsi i libri, ma sono presenti i pasticconi tutto dire. Per tenerci il cervello attivo, già dalle prime ore del mattino, birrai minacciosi e puscher ci regalano birre e fluidi spazzatutto e così siamo felici. A tutti è imposto di bere e di farsi, solo agli scribacchini no! Loro non possono assolutamente deglutire niente di questa roba, altrimenti si può correre il rischio che gli SMS, l’email e roba varia vadano a farsi friggere. Proprio ieri ho dovuto – e non vi nascondo che gli ho mollato un cazzotto e lui per difendersi mi ha morso il polso fino al sangue – litigare con uno dei tanti, solo perché arrivato il mio turno, col mio cellulare in mano, si è messo a bere, allorché l’ho dovuto fermare, dirgli: “deficiente, molla la bottiglia, lo sai che non ti è permesso di bere, eppure lo sai”. Ma lui niente e così… Ma poi, loro hanno il latte che lo stato gli passa, e loro, sottolineo loro, debbono accontentarsi di quello e non altro. Noi stessi siamo al mattino, quasi all’alba, i loro lattai. Lasciamo una bottiglia davanti al loro portone e poi scappiamo, così quando si svegliano sanno già cosa fare. Escano di casa con il pancale e le due caprette e si dirigano sul posto di lavoro, con tanto di museruola, perché se parlano magari sotto ispirazione non sanno poi cosa scrivere, e con tanto di guinzaglio invisibile che, il sindaco, o qualcuno controlla se ben allacciato al collo. Solo a noi, a noi tutti, dalla a alla z è permesso di divertirci, di lavorare, di ballare e di andare in giro per Firenze a grogiolarsi nella autentica felicità condizionata che qualcuno ci ha imposto. Addirittura, ma non vorrei sbagliarmi, la felicità condizionata la possiamo regolare, a seconda del clima, a seconda dei giorni o delle stagioni, con dei telecomandi che ciascuno di noi ha in dotazione. Solo loro, gli scribacchini, non lo detengono e per una semplice ragione: non hanno diritto alla felicità, in quanto sanno scrivere e leggere, comunicare e nulla più. Solo che non riesco a capire se le marionette sono loro o siamo noi.
Stasera, dicevo poco prima, è una delle tante tipiche nostre serate. Siamo in compagnia di belle donne, come disse il poeta di pubbliche mogli, c’è il vino, la birra e poi le sostanze psichedeliche. Abbiamo i piedi a bagno nel vino nelle acquasantiere ma non la forza di alzare un dito. Ma quando finirà questa storia, quando? Non lo sappiamo. Ci ritireremo a letto come insetti da fare invidia ad etnologi esperti, solo quando non ne potremmo più e tutto sarà finito; o meglio quando finirà questo dramma carnevalesco in attesa del prossimo prologo, che, come i sogni migliori, affiorerà alle prime luci dell’alba. L’aurora ci avvolgerà come la nostalgia e così ricominceremo a vivere, a soffrire, o meglio a sopravvivere e a non soffrire, essendo non più capaci di provare sentimenti umani. Paola, ad esempio, da tempo ha cancellato dal suo vocabolario la parola amore, e come lei le altre, sostituendola con la linea del telefono caldo, anzi bollente, il cui scopo e fare l’amore con se stessi, essendo vietato farlo con gli altri, con il prossimo, dando sfogo a quella spiritualità da mammiferi.
Firenze, poi, come vi dicevo è oramai un teatro, una illusione, un gioco di specchi e riflessi, sulla cui superficie intere famiglie di ragni hanno tessuto trame infinite di ragnatele. E pensare che gli unici specchi ai quali ci è permesso specchiarsi, sono i display dei nostri cellulari! Vorrei solo sapere quando finirà questa storia! Solo questo. Ma mi rendo conto che a terminarla sarà solo il volere di un certo Lombardi, di un saccente e inutile scribacchino psicopatico, che, avendo le nostri sorti in pugno, ci guida sino alla follia più latente. Allora, Lombardi quando decreti la fine di questo dramma? Quando, si può sapere? Ne abbiamo gonfie le scatole delle tue allegorie del piffero! Ora basta!
Allora mi risponde che non ha più voglia di portare avanti questa commedia, che è stanco e che vuole abbassare il sipario e decretare la nostra morte. Ci invita a svuotare le acquasantiere, a riporle nel luogo loro prestabilito da duemila anni di cristianesimo, di riaccompagnare a casa le dame in nostra compagnia e di morire, di ammainarci su noi stessi e di addormentarci. E così noi facciamo, come fossimo barche alla deriva, all’ombra minacciosa del sipario che con violenza ci fa da sepoltura.

Iuri Lombardi




























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