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UN’IPOTESI SU “AVIGLIANO”
"Donato Imbrenda"

Probabilmente gli abitanti del Territorio di Avigliano risentirono l’influsso della vicina civiltà dauna e greca (Recenti scavi condotti dall’archeologo Antonio Capano della Soprintendenza della Basilicata, nel vicino Comune di Baragiano, hanno evidenziato resti di necropoli e di insediamenti collegati con tali civiltà.) e successivamente, nel corso del IV sec, a. C., dei Lucani. Sull’etimologia del nome si sono fatte varie ipotesi: Giacomo Racioppi fa derivare il nome di Avigliano dal gentilizio Avilius-Avillius, della gens Avilia, proprietaria del piccolo praedium, originario nucleo del futuro Comune. Così pure il Dott. Angelo Telesca, sull’autorità del Racioppi, nel suo Documento inedito sopra fatti politici di Avigliano durante la Repubblica Partenopea. Il Cav. Andrea Corbo, invece, nelle sue Memorie Patrie e Ricordi di Famiglia, fa derivare il nome da Avellana, cioè albero di nocelle, in quanto, in quel tempo, il territorio era ricoperto da piante di nocelle e l’antico stemma di Avigliano, raffigurava una scala addossata ad un albero di nocelie (questo stemma è stato usato in Avigliano fino all’anno 1810). Il Prof. Claps, in un suo scritto sulle origini e sugli sviluppi del paese, preferisce riportarsi ad un’antica leggenda. Un piccolo gruppo di marinai provenienti dall’Oriente, secondo Claps, aveva perduto la nave in combattimento e per sfuggire ai vincitori si rifugiò sulle nostre montagne, in una zona chiamata avis locum (nido di aquila), zona inaccessibile e valida difesa contro gli inseguitori. Tutti questi scritti, opera di autorevoli personaggi, cittadini e non, rimangono “teorie” perché privi di documenti, di reperti o tracce che ne confermano la tesi.
Io son di tutt’altra opinione, perché ritengo di aver ricostruito pazientemente l’etimologia del nome “Avigliano”. Un mosaico che si è chiuso.
Alla conclusione sono giunto ricostruendo alcuni frammenti di pietre scritte, trovate qua e là; cocci di anfore; scheletri umani; tombe; ecc. Nel raggio di un miglio e precisamente tra Avigliano, Ruoti e Bella, in una zona chiamata S. Pietro, nel Comune di Bella (ma ai primi del secolo nel Comune di Avigliano), ho trovato una notevole concentrazione di materiale archeologico. Ora non esito a dire che su questa piccola area esisteva la famiglia Villiana dalla quale è derivato il nome di “Avigliano”. Sull’esistenza di questa famiglia non ho dubbi. Nel 1970 ebbi modo di notare due lapidi funerarie, quasi del tutto interrate, nella proprietà del Sig. Donato Carlucci (alias "Piscone";  Oggi le lapidi sono state rimosse e portate in un’altra zona chiamata S. Giovanni, posta nel Comune di Ruoti, nei pressi della villa romana portata alla luce dall’equipe archeologica canadese dell’Università di Alberta.), nonché quattro grandi pietre scanalate ad un bordo solo, forse appartenenti ad un tempio (successivamente, in epoca cristiana, dedicato a S. Pietro: la zona è denominata S. Pietro, appunto!). Le lapidi sono di epoca romana (I-II sec. d. C.), e portano le seguenti iscrizioni:

D.M.S.
BABYLLL4E MF.
VILLIANAE
VIXAH XXII
M VAONIVS LV
CANVS CONIV
GI.B.M. ET FECIT

ENEIÀE
F
ARCELLAE
MENEIVS
MARCELLVS
MEIT ET SIBI


Queste, probabilmente, appartengono ad epoca anteriore all’avvento della religione cristiana, come si argomenta dalla dedica abbreviata posta sulla parte superiore della prima pietra dove si legge: «Diis Manibus Sacrum» (“la lapide è sacra agli dei della gens”, cioè agli dei della casa gentilizia). La traduzione dice: « A Babulla Villiana figlia di Marco. Visse anni XXII Marco Vaonio Lucano fece (lapide) alla moglie benemerita per l’eternità». La seconda può essere così tradotta: « ad Enea figlia di Marcella Meneo fece per i suoi e per sé». Le lapidi riconducono ad un probabile insediamento romano situato sulla collina che, ad Est, guarda Avigliano; a Sud, Ruoti; ad Ovest, S. Antonio Casalini; a Nord, Monte Caruso. A fianco di questa collina ce n’é un’altra, poco più piccola, che era la sede di un’altra necropoli del predetto insediamento. Alcuni contadini della zona, lavorando la terra, hanno scoperto, sulla seconda collina, numerose tombe e, sotto di essa, proprio laddove sembra essere precipitata una sua parte, staccatasi d’improvviso, tanti pezzi di anfore, collane di terracotta e, sopratutto, una grande quantità di ossa umane. In tutte le tombe, da me osservate, il defunto è così posto: la testa ad Est ed i piedi ad Ovest; le tombe risultano ricoperte da tegole in terracotta (cm. 40 x 50) con grossi bordi all’estremità. Nel corso dei secoli queste zone hanno conosciuto dei rilevanti dissesti geologici e ciò ha causato gravi danni sia alla collina adibita a residenza, sia a quella utilizzata come necropoli (queste distano tra loro circa 500 metri). Quest’ultima si è spaccata addirittura in due ed ha lasciato uno strapiombo del 100% trascinando a valle tutto l’insediamento. In questo sito si sono ritrovati resti di fabbricati, cocci ed in particolar modo resti appartenenti alla famiglia villiana che doveva essere la più in vista e ricca della zona; come si può dedurre anche dalle gigantesche pietre, finemente lavorate ed importate da altri luoghi (un tale tipo di pietra nella zona non esiste). Questi abitatori, scampati ad antichi dissesti geologici, quasi certamente si rifugiarono nel sito dell’attuale Avigliano, portando con se costumi, tradizioni e soprattutto la lingua che, non a caso, è rimasta comune agli abitanti di S. Cataldo ed a quelli di Avigliano. Quindi Avigliano prese il nome di questa importante famiglia locale: “la gens villiana” e furono i suoi membri a gettare le fondamenta dell’attuale paese, quasi certamente con la costruzione di una villa, in sostituzione di quella precedentemente posseduta più a valle. La conferma dell’esistenza di una frequentazione di età romana è data da due lapidi rinvenute nel 1801 e nel 1836 accanto all’attuale “Chiesa Madre”; una di queste, da me personalmente osservata, reca lo stesso nome di quella ritrovata in località S. Pietro, Villianae (ciò si evince da due documenti della famiglia Corbo). Si presenta l’epigrafe rinvenuta nel 1836 da A. Corbo così come riportata dall’autore:


Alla luce di queste scoperte deve essere spiegato lo sviluppo del paese. Ad esempio l’arco della Piazza, non poteva essere una “porta”, almeno originariamente, poiché il paese allora non esisteva ancora (e mi riferisco anche alla Torre di Taccone ed agli altri fabbricati del centro storico, perché costruiti successivamente). Probabilmente l’attuale arco doveva essere l’ingresso principale della villa della gens Villiana e solo successivamente divenne “porta”, quando l’Università di Avigliano cominciò ad espandersi; cosa che accadde verso il XII ed il XIII secolo. A quell’epoca, infatti, risalgono la Torre, il Castello vecchio e il Forno antico.
Riepiloghiamo. La nostra attenzione deve essere posta:
1) alle lapidi funerarie trovate in agro di Ruoti, di cui una con l’iscrizione riferita alla Villiana appartenente all’omonima famiglia;
2) all’altra lapide trovata ad Avigliano, che riporta lo stesso nome della precedente. Questa seconda lapide, attualmente scomparsa, è stata ritrovata proprio nel punto dove si ipotizza l’esistenza della costruzione romana, e precisamente vicino alla Chiesa Madre, unico luogo, dell’intero paese in cui affiorano oggetti di quell’epoca;
3) al dissesto geologico che ha costretto quegli abitanti della collina poi denominata S. Pietro a trasferire altrove la propria residenza;
4) all’arco della Piazza che è precedente alla fondazione del paese (lo si vede dalle caratteristiche proprie dello stile, che è di epoca romana, ed anche da un piccolo cornicione ricostruito sulla sinistra in alto);
5) alla pietra trovata in via Chianara, che porta la data: a. D. 972;
6) ai ritrovamenti a seguito del restauro della sacrestia della Chiesa Madre nel corso del quale si sono trovate tracce di epoca romana: punte di lancia, una monetina della stessa epoca cui appartenevano le monete rinvenute dagli archeologi canadesi nel corso degli scavi da loro effettuati non lontano da S. Pietro”.
Inoltre non può essere taciuto un episodio relativo alla ricostruzione della sacrestia della Chiesa Madre quando, interrando il serbatoio per il riscaldamento, vennero alla luce alcuni affreschi murari che furono coperti frettolosamente per il terrore del blocco dei lavori da parte della Soprintendenza archeologica. Tali affreschi si trovano, dunque, ancor oggi seppelliti alla destra di chi entra, nel locale del serbatoio di via Chianara, circa un metro sotto la pavimentazione della sacrestia.
7) alle colonne di marmo verde antico trovate vicino alla Chiesa Madre nel 1745.
8) alla lingua che, salvo qualche piccola differenza, è la stessa sia per gli abitanti di S. Cataldo che per quelli di Avigliano, mentre il dialetto ruotese (anche se vi è uguale distanza in linea d’aria tra Avigliano e Ruoti) è completamente diverso. A quest’ultimo proposito va detto che si sono avute delle trasformazioni nel dialetto aviglianese grazie ai contatti di questo Centro con gli altri paesi del Potentino e del Melfese. S. Cataldo invece, per il suo maggiore isolamento, è rimasto più legato alla tradizione. Ritornando al punto 7 ricordiamo che nell’ottobre del 1745 furono scoperte, nelle fondamenta di una casa antica vicino alla chiesa di S. Leonardo (oggi chiesa Madre), alcune colonne di marmo verde. Alcuni pezzi di queste colonne furono rubate ma, nei pressi del Castello di Lagopesole, i trasgressori furono arrestati e le colonne, sequestrate, rimasero per molto tempo nei pressi del castello. Circa cent’anni dopo, nel 1848, Nicola Sole, in un opuscolo per la morte di Nicola Maria Corbo, riferendosi alle colonne, scriveva queste testuali parole: « I massi di verde antico, trovati a piccola distanza ed adoperati nel secolo scorso alla incrostatura della cappella Reale di Caserta ....... ».
La villa romana, alla quale appartenevano le colonne, costruita nell’estremità settentrionale dell’attuale Avigliano non poteva godere delle caratteristiche favorevoli del sito precedente (S. Pietro): il clima mite (perché quella zona è tuttora al riparo dalla bora) e soprattutto le terme, lontane non più di 700 metri circa (sappiamo che i Romani erano consumatori di acqua sulfurea). Forse è questo il motivo che ha impedito la sua trasformazione rapida in un insediamento vero e proprio. O forse la mancanza di facili collegamenti garantiti alla villa di S. Pietro dal raggiungimento della via Erculea senza attraversare quote elevate (Monte Carmine, Monte li Foj, la Serra, ecc..) “

A conferma di tale deduzione produciamo epigrafe rinvenuta nel Castello di Lagopesole. concepita nei termini riportati qui sotto:

IMP. CAES...
M. AVREL VALER...
MAX.; NTIVS P.FE...
INVICTVS. AGV...
PONTIFEX MAX. TRIB...
POTESTATE VI. VIAM...
HERCVLEAM. AD. PRI...
STINAM FACIEM...
RESTITVIT.

IMPERATOR CAESAR
MARCUS AURELIUS VALERIUS
MAXENTIUS, PIUS FELIX
INVICTUS AUGUSTUS
PONTIF. MAXIMUS TRIBUNITIA.
POTESTATE VI VIAM
HERCULEAM AD PRI
STINAM FACIEM.
RESTITUIT.

Quella strada dunque fu detta Erculea dall’Imperatore Massimiano Erculeo che la fece costruire, e fu poi restaurata da Massenzio suo figliuolo, verso l’anno 312 dell’era volgare, sesto della potestà tribunizia dell’imperatore ». Tratto da luogo e data di edizione.”

Lo sviluppo di Avigliano si è avuto sotto la dominazione Normanna, nel secolo XI quando, tra l’altro, sappiamo che cittadini di questo centro insieme ad altri di Ruoti e Pietragalla contribuirono alle riparazioni della Casa Imperiale di Monte Marcone.

 

La trasformazione del nome “Avigliano” nel corso dei secoli.

 

  1)  II sec. a. C.
  2)  I I - III sec, circa d. C.
  3)  972 circa d. C.
  4)  1127
  5)  1310
  6)  1318
  7)  1321
  8)  1636
  9)  1735
10)  1773
VILLIANAE
VILLIANAE
AVILLIANA
AVILLIANO
AVELLIANUM
AVELLIANE
A VILlANI
A VILlANO
AVIGLIANI
AVIGLIANO
(lapide Ruoti)
(lapide Avigliano)
(pietra via Chianara)
(Badia Cava dei Tirreni)
(Archivio Vat. Bib. Apost.)
(pergam. Theodatus Corbo)
(Archivio Vat. Bib. Apost.)
(Biblioteca Corbo)
(Deliberazione del Sindaco)
(lettera Principe Doria)


 

    

da: VILLIANAE - un'ipotesi su Avigliano
su autorizzazione di D. Imbrenda

 

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.agg. al 1/11/2004